Fintech, l’Australia è il paradiso professionale delle donne

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Al terzo posto a livello mondiale in termini di parità di genere, l’Australia offre le migliori opportunità professionali per le donne nel settore del fintech tra i paesi bagnati dall’Oceano Pacifico. Chiudono il podio Singapore e la Nuova Zelanda

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Secondo una ricerca di EY, l’86% delle aziende fintech delle nazioni del sud-est asiatico sono state fondate da uomini

L’industria fintech australiana beneficia di una “sandbox normativa”, che promuove la sperimentazione allentando le restrizioni

Sei una donna e vuoi intraprendere un percorso professionale nel settore del fintech? Prepara le valigie e corri in Australia. Uno studio di ValueChampion, leader nel settore della ricerca finanziaria in Asia, ha analizzato le principali 12 nazioni bagnate dall’Oceano Pacifico per individuare il paradiso professionale delle donne nell’industria del fintech, dalla Nuova Zelanda alla Malesia.

Il fintech rappresenta oggi uno dei settori più in crescita in tutto il mondo, che sta “ribaltando metodi e istituzioni tradizionali”, come si evince dallo studio. Ciononostante, è anche un mercato a porte chiuse per la componente femminile: secondo l’Asean Fintech Census 2018 di Ernst & Young, l’86% delle aziende fintech delle nazioni del sud-est asiatico sono state fondate da uomini, una percentuale che non può passare inosservata. Eppure, le speranze delle donne di una crescita professionale non devono essere riposte in un cassetto, anzi. Secondo il World Economic Forum, l’Australia si colloca al terzo posto a livello mondiale in termini di parità di genere, prendendo in considerazione – tra gli altri aspetti – la remunerazione e le possibilità di avanzamento di carriera. A tal proposito, il 54% degli operatori professionali e tecnici australiani sono donne, che possono non solo accedere a un mercato che nel resto del continente sembra tenerle fuori, ma anche di godere di opportunità economiche rilevanti e di guadagnare stipendi superiori rispetto alle altre nazioni.

“L’industria fintech australiana beneficia anche di una sandbox normativa, che promuove la sperimentazione allentando le restrizioni, ed è ulteriormente potenziata dagli accordi di condivisione dell’innovazione con Regno Unito, Singapore, Canada e Kenya”, spiega il report. Di conseguenza, la nazione non solo guadagna il secondo posto in termini di startup fintech, ma anche il primo posto per “prontezza tecnologica”. Tra l’altro, l’Australia gode di un’alta qualità della vita e, anche se il costo della vita è altrettanto elevato, lo è pure il potere d’acquisto locale.

Non solo Australia, ma anche Singapore

Al secondo posto dell’analisi di ValueChampion si colloca Singapore. Nata come focolaio per l’innovazione nel fintech, solo nella prima metà del 2019 la Nazione ha raggiunto 453 milioni di dollari di investimenti nel settore, tramutandosi nella seconda isola felice per le donne. “Singapore offre un ambiente piuttosto positivo per la componente femminile – analizza lo studio – Per cominciare, è stato identificato come il paese più sicuro per le donne nell’Asia Pacifico. Inoltre, il divario di genere è diminuito negli ultimi anni, riflettendosi nelle elezioni del primo presidente femminile della Nazione, Halimah Yacob, nel 2017”. Tuttavia, si precisa che il divario salariale tra uomini e donne sia aumentato in maniera sostanziale nel 2018, specialmente nel settore finanziario e assicurativo, rendendo così il Paese meno attraente per le donne che sono alla ricerca di un ruolo di valore (e soprattutto redditizio) nel settore del fintech.

Al terzo posto la Nuova Zelanda

Guidata dalla più giovane premier al mondo – Jacinda Ardern – la Nuova Zelanda chiude il podio delle nazioni dell’Asia Pacifico più attraenti per le donne. Ha infatti ottenuto il punteggio più alto in termini di uguaglianza di genere nella regione, ma tiene stretto tra i denti anche un ottimo settimo posto nella classifica globale. Secondo ValueChampion, le donne oggi beneficiano nel Paese di leggi non discriminatorie in termini di assunzioni, e rappresentano il 55,5% degli operatori professionali e tecnici.

di Rita Annunziata

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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