Finanza sostenibile: 4 temi da monitorare nel 2022

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La finanza, pubblica o privata, può davvero fare la differenza nella lotta al climate change? Ecco quattro problematiche che potrebbero rispondere a questa domanda

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Due ex sustainable investment executive (Tariq Fancy di BlackRock e Desiree Fixler di Dws Group) hanno dichiarato pubblicamente che i loro datori di lavoro utilizzavano “solo a parole” le metriche esg

Secondo Kate Mackenzie di Bloomberg Green, comprendere in che modo incanalare le risorse green verso i paesi in via di sviluppo è solo una parte del puzzle della decarbonizzazione

Il mercato della finanza verde si è ormai posizionato da tempo sulla rampa di lancio. Stando a un recente studio del Forum per la finanza sostenibile condotto in collaborazione con Bva Doxa, l’82% dei risparmiatori considera le tematiche esg “molto” o “abbastanza importanti” quando si parla di scelte d’investimento. Il 77% conosce i prodotti finanziari sostenibili e il 18% li ha già scelti, constatandone la validità. E se si parla di finanza climatica nel dettaglio, che ha resistito al covid-19 e conquistato la scena della Cop26, secondo l’editorialista Kate Mackenzie di Bloomberg Green il trend è improbabile che rallenti nel 2022. Ma la finanza, pubblica o privata, può davvero fare la differenza nella lotta al climate change? Mackenzie ha identificato quattro problematiche da tenere in considerazione il prossimo anno che potrebbero rispondere a questa domanda.

Andare oltre l’etichetta

“Lo spettro del greenwashing aleggiava su un’infinita gamma di prodotti e servizi lanciati quest’anno e rivolti alla clientela attenta al clima”, osserva Mackenzie. “Eppure, poche aziende sembrano disposte o in grado di risolvere il problema”. L’editorialista ricorda come due ex sustainable investment executive (Tariq Fancy di BlackRock e Desiree Fixler di Dws Group, ramo di asset management controllato all’80% da Deutsche Bank) hanno dichiarato pubblicamente che i loro datori di lavoro stavano utilizzando “solo a parole” le metriche esg. “Fixler ha denunciato che Dws non disponeva di un metodo solido per valutare la sostenibilità delle aziende, contrariamente a quanto affermato pubblicamente dal gestore patrimoniale. Affermazioni che sono ora oggetto di indagine da parte dell’autorità di regolamentazione finanziaria tedesca”, racconta Mackenzie. Fancy, invece, ha dichiarato che BlackRock commercializzava i propri prodotti d’investimento etichettati come sostenibili “come una forza positiva per il mondo pur riconoscendo internamente che non facessero molta differenza”.

Cambiare dall’interno

Le critiche di Fancy, secondo Mackenzie, si basano sul presupposto che l’obiettivo sia “fare del bene” piuttosto che gestire semplicemente i rischi esg del portafoglio. Perché, dopotutto, i clienti “si aspettano che i prodotti finanziari commercializzati come sostenibili o incentrati sul clima promuovano attivamente comportamenti aziendali più ecologici”. Stando a un sondaggio pubblicato da Create Research, infatti, la maggior parte dei proprietari o dei gestori di asset “sentono il dovere di rendere il mondo un posto migliore”, continua Mackenzie, e credono sia importante spingere le aziende ad adottare comportamenti realmente utili a contribuire alla lotta al climate change. Un lavoro di gestione considerato da Mackenzie “molto diverso” ma anche “più difficile” rispetto “al semplice acquisto o alla semplice vendita di azioni”.

Le normative

Quanto all’azione delle autorità finanziarie, secondo l’editorialista alcuni anni fa c’era la speranza che potessero fare qualche progresso laddove le politiche pubbliche avevano fallito. Ma a distanza di quasi cinque anni dalla nascita della task force sull’informativa finanziaria, per l’esperta la realtà è che molti “responsabili politici sono rimasti impantanati nella lunga ricerca di dati migliori”. E, parallelamente, la stessa politica continuerebbe a frenare una più forte regolamentazione per il clima. Il che renderebbe anche più complesso per l’economia globale ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossibili.

Dove vanno i fondi green

Un ultimo tema da considerare riguarda i trilioni di dollari necessari a finanziare la transizione verso l’energia pulita e fronteggiare condizioni metereologiche sempre più estreme. Secondo Mackenzie, comprendere in che modo incanalare queste risorse verso i paesi in via di sviluppo è solo una parte del “puzzle della decarbonizzazione”. Uno dei temi principali da affrontare è in che misura queste risorse dovrebbero provenire dai governi e in che misura dal settore privato. “Sebbene gli investitori siano favorevoli a progetti di energia pulita, la maggior parte delle misure di adattamento (necessarie a proteggersi dagli effetti del climate change) non generano alcun flusso di entrate”. Per fare la differenza, conclude Mackenzie, “leader e decisori dovrebbero abbracciare approcci dirompenti che rompano davvero con il passato”. In caso contrario, ci incammineremo “verso una dolorosa resa dei conti su ciò che si può davvero ottenere con la finanza”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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