Evergrande, il crac che fa tremare Cina e mercati

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Evergrande, la società immobiliare più indebitata al mondo, è a rischio default. Per gli analisti potrebbe essere la Lehman Brothers della Cina

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Evergrande, colosso immobiliare cinese indebitato per più di 300 miliardi di dollari, deve pagare 84 miliardi di dollari entro giovedì

“Con simili difficoltà non c’è possibilità di garantire il rispetto degli impegni presi né per le obbligazioni finanziarie né per altri contratti” si legge in una nota della società

“Se si dovesse assistere ad un intervento concertato l’impatto sui mercati sarebbe molto contenuto. Viceversa si assisterà a diversi mesi di alta volatilità” afferma Nunziata di Marzotto Sim

Evergrande, colosso cinese operante nel settore immobiliare, è prossimo a dichiararsi insolvente su più di 80 miliardi di dollari. La Cina trema: un eventuale fallimento potrebbe avere gravi ripercussioni non solo sul settore immobiliare. La società ha realizzato 1.300 in oltre 300 città, ed ha altrettanti cantieri aperti su terreni per 800mila km quadrati, quasi 3 volte la superficie dell’Italia. Intanto, lunedì i mercati in profondo rosso ad Hong Kong hanno veicolato la paura oltre i confini del Dragone, innescando pesanti perdite in tutte le borse europee.
Al centro della caduta della Borsa di Hong Kong ci sono stati i gruppi immobiliari cinesi, le cui valutazioni sono scese ai livelli più bassi in mezzo decennio per via delle crescenti preoccupazioni sul destino di Evergrande. Il gruppo è indebitato per più di 300 miliardi di dollari e una scadenza cruciale per il pagamento degli interessi sulle sue obbligazioni offshore incombe giovedì. Le azioni di Evergrande, quotate a Hong Kong, sono scese fino al 18,9% lunedì, portando la perdita da inizio anno a quasi l’85%. Il calo ha sottolineato le preoccupazioni circa la salute più ampia del settore immobiliare cinese e ha innescato un più ampio sell-off, spedendo l’indice Hang Seng Property, che traccia una dozzina di property developer quotati, al suo livello più basso dal 2016 (-7%).

Il più ampio indice Hang Seng di Hong Kong è sceso del 3,5 per cento, portando il benchmark al 12 per cento per l’anno. Anche i mercati europei sono scesi, con lo Stoxx 600 a livello regionale in calo dell’1,7% e i mercati di Germania e Francia che hanno perso rispettivamente l’2,3% e l’1,74%. Il FTSE 100 di Londra ha perso l’1,3 percento. A Wall Street l’S&P 500 ha aperto al ribasso del -1,7%, mentre il Vix, il cosiddetto indicatore della paura di Wall Street che misura la volatilità attesa sull’S&P, ha raggiunto 24,5, circa la sua lettura più alta dal 12 maggio.

Il lunedì nero di questo settembre sembra scontare il più che probabile default da parte di Evergrande. Il gruppo stesso la scorsa settimana ha dichiarato in una nota. “Con simili difficoltà non c’è possibilità di garantire il rispetto degli impegni presi né per le obbligazioni finanziarie né per altri contratti”. A pesare è anche l’opinione diffusa e esplicitata da uno dei più noti giornalisti in Cinal, Hu Xijn, secondo cui Evergrande non dovrebbe fare affidamento sul salvataggio dello Stato perché non è “troppo grande per fallire”.

We Wealth ha chiesto a Nicolò Nunziata, strategist azionario di Marzotto Sim, quali scenari si possono aprire da qui al 23 settembre, giorno della scadenza di obbligazioni per 84 miliardi di dollari. “Memore degli errori fatti nel 2008 fatti dagli americani, la speranza è che Pechino decida di gestire la liquidazione degli asset in maniera ordinata. Il che vorrebbe dire che anche per gli obbligazionisti non ci sarebbe una perdita così estrema come nel caso del default” commenta Nunziata che spiega come le alternative di intervento per lo Stato sono due: o il coinvolgimento di soggetti finanziari per una corretta ripartizione degli asset o un prestito ponte da parte o della banca centrale o del Ministero dell’Economia per vendere progressivamente gli asset attraverso una serie di aste. “Se si dovesse assistere ad un intervento concertato, seppur con un pesante ridimensionamento di azionisti e obbligazionisti e dei creditori in generale, l’impatto sul mercato sarebbe molto contenuto. Nel caso invece il partito decidesse di lasciare al mercato l’onere del salvataggio è molto probabile che avremmo alcuni mesi di alta volatilità, con una presa di profitto sulla maggior parte dei risky assets” conclude Nunziata.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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