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“In un frangente straordinario e incerto come l’attuale”, spiega l’ad, “abbiamo inizialmente riposizionato gli investimenti in chiave più difensiva”.
I servizi di consulenza patrimoniale di alto profilo passano attraverso le fiduciarie del gruppo, Simon e Nomen: dai trust all’intestazione fiduciaria ai mandati, dalla fiscalità all’analisi del patrimonio aggregato, anche tramite il consolidamento delle posizioni in essere presso altri intermediari
L’intervista è tratta dal numero di aprile del magazine We Wealth
Storicamente Ersel ha sviluppato forti competenze interne sull’azionario domestico, il reddito fisso europeo, l’obbligazionario corporate e high yield. “Su altri mercati preferiamo affidarci a mandati di gestione, un canale presidiato dal nostro hub londinese: ad esempio per l’equity internazionale, i bond dei paesi emergenti, le strategie long-short globali. Lo stesso approccio vale per gli alternativi: nel 2003 abbiamo lanciato il fondo Hedgersel, focalizzato su strategie event driven (che cercano di trarre vantaggio da operazioni di finanza straordinaria ndr). Il nostro percorso sui mercati privati però passa anche attraverso la collaborazione con altri operatori: nel 2019 abbiamo avviato una partnership distributiva con Muzinich per un fondo eltif specializzato sul private debt. Nel 2020 stiamo lavorando a un fondo di fondi di private equity con Fondaco, di cui Ersel è storico socio fondatore. La logica è sempre la stessa: in un mercato sempre più competitivo non si può essere bravi a fare tutto. Dove non ci sono competenze adeguate, ci appoggiamo a società terze”. Con un vantaggio, rispetto ad altri player, che l’ad ci tiene a sottolineare. Torna il tema della sintonia. “Siamo gestori che dialogano con altri gestori: conosciamo la materia, possiamo fare due diligence amministrative e contabili, valorizzare il nostro sistema informativo che vanta un sofisticato processo di risk management interno”. Senza dimenticare un altro aspetto: “Il nostro modello, che integra produzione e distribuzione, ci mette nelle condizioni di tenere i costi sotto controllo”. E venendo dall’asset management, ricorda, “abbiamo fatto nostra la cultura dell’analisi del dato: da sempre esponiamo chiaramente commissioni al lordo e al netto delle spese e della fiscalità”.
La strategia di crescita di Ersel parte dalla valorizzazione di quelli che Rotti definisce “i nostri cavalli di razza”: oltre ai fondi, le gestioni multilinea il servizio di advisory, cioè la consulenza in amministrato, che è stato ulteriormente rafforzato dopo la fusione”, racconta Rotti. “Vogliamo porci come player di riferimento ai banker che riconosco no la qualità di questo modello, che è diverso da quello di una rete e di un banca universale”. L’obiettivo è di cooptare tra i tre e cinque banker l’anno, con una clientela di elevato standing che possa apprezzare e ben sfruttare l’ampia piattaforma di servizi del gruppo. Ma i nuovi banker, puntualizza, devono essere pronti ad accogliere e abbracciare la cultura aziendale di Ersel. Questione di sintonia, ça va sans dire.

