Donne nei board delle blue chip: Francia e Italia leader in Ue

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Italia tra i paesi guida nella diversità di genere, con il 40% di donne nei board delle società quotate. La classifica di Heidrick & Struggles

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Segnali di rallentamento nel riequilibrio di genere nei board delle società quotate europee: la quota di nuovi ingressi al femminile scivola dal 45% del 2020 al 43% del 2021

Francia e Italia sono gli unici due paesi in Europa in cui le società quotate assegnano almeno il 40% dei ruoli nei cda delle blue chip alle donne

Sapevate che Francia e Italia sono gli unici due paesi in Europa in cui le società quotate assegnano almeno il 40% dei ruoli nei Consigli di amministrazione alle donne? E che la Danimarca, invece, vanta la seconda maggiore quota di blue chip (20%) che hanno raggiunto la piena parità di genere nei board? Sono solo alcuni dei risultati dell’ultimo Board Monitor Europe di Heidrick & Struggles, studio annuale che analizza la composizione dei cda delle principali società quotate. Un’occasione per indagare anche l’impatto dell’attuale quadro geopolitico, economico e sociale. E i conseguenti segnali di rallentamento nel riequilibrio di genere.

La quota di nuovi ingressi al femminile è scivolata dal 45% del 2020 al 43% del 2021. Si distinguono positivamente in tal senso la Spagna (con il 66% di nuove nomine di genere a fronte del 58% dell’anno precedente) e i Paesi Bassi (con il 55% contro il 46%). Ricordiamo che Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto lo scorso giugno un accordo politico provvisorio sulla direttiva per la parità di genere nei board delle società quotate proposta dalla Commissione nel novembre del 2012. Una misura che punta a garantire, entro il 2026, che almeno il 40% dei posti di amministratori non esecutivi sia ricoperto dal sesso sotto-rappresentato. Tuttavia, come anticipato in apertura, oggi Francia e Italia sono gli unici due paesi che raggiungono e superano (nel caso della Francia con il 43%) la soglia prefissata.

Francia e Italia vantano in realtà una pre-esistente normativa sulle quote di genere. In Italia, per esempio, vige la legge Golfo-Mosca che nel 2011 imponeva la presenza del 30% del “sesso meno rappresentato” nei board delle società quotate, poi innalzato al 40% con la Legge n. 160/2019. Lo stesso vale per Norvegia, Belgio, Svizzera, Germania e Portogallo, la cui percentuale di donne nei Consigli di amministrazione si blocca tuttavia rispettivamente al 38%, 37%, 33%, 28% e 32%. La Francia registra anche la maggiore quota di blue chip con il 50% di donne nei board (25%), seguita da Danimarca (20%), Norvegia (16%) e Svezia (14%).

Tornando ai nuovi ingressi al femminile, l’analisi per settore vede i servizi finanziari in pole position con il 52%, accompagnati dai servizi alle imprese (50%) e da tecnologia e telecomunicazioni (49%). Rincorrono beni di consumo (34%), sanità (39%) e manifattura (41%). Quanto al background, le donne godono di una maggiore esperienza internazionale rispetto agli uomini (54% contro il 49%), ma hanno una minore esperienza come ceo (28% contro il 46%), cfo (13% contro il 15%) o in altri board di società quotate (40% contro il 45%).

Un ultimo aspetto da considerare, indipendentemente dal genere, è la contrazione del numero di “matricole” nei Consigli di amministrazione delle blue chip europee, crollata dal 48% del 2020 al 43% del 2021. Fattore che, secondo i ricercatori, suggerirebbe “come il manifestarsi di crescenti rischi sistemici abbiano indotto a privilegiare una precedente esperienza di governance”. Questo tipo di approccio è stato adottato soprattutto nei Paesi Bassi (che registrano appena il 10% di neofiti), in Svizzera (26%) e in Italia (32%) e finirebbe per incidere negativamente anche sulla diversity.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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