Dollaro in ritirata, conviene coprire il rischio cambio, adesso?

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I fondi coperti dal rischio di cambio “costano” di più, ma nel contesto attuale è giusto interrogarsi se l’euro potrà recuperare parte del terreno perduto

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Dall’inizio dell’anno al 22 novembre l’euro ha perso oltre il 9,5% del suo valore sul dollaro. Questa è stata un’ottima notizia per gli investitori italiani che si fossero esposti ai fondi denominati nella moneta americana, controbilanciando almeno in parte le performance generalmente negative di questo 2022. 

Affanciandosi al prossimo anno alcuni analisti hanno evocato la possibilità di una parziale inversione di tendenza per il cambio euro/dollaro che potrebbe tornare attorno alla parità (ne avevamo parlato qui). Rispetto ai livelli attuali (22 novembre) l’ipotesi di un cambio sulla parità comporterebbe (ad oggi) una rivalutazione dell’euro nell’ordine del 2%. 


Conviene, dunque, mettere al riparo l’investimento denominato in dollari virando sulle alternative coperte dal rischio di cambio?

In termini generali, va ricordato che la copertura dal rischio di cambio comporta un costo a carico dell’investitore che incide negativamente sulla performance: in breve, vale la pena pagare questa copertura se l’attesa sull’andamento futuro del cambio si rivela corretta. In questo caso, che il dollaro si deprezzi significativamente sull’euro. 

La copertura dal rischio è tanto più cara, quanto più è ampia la differenza fra i tassi di riferimento: nel caso del contratto forward che copre dal rischio cambio sulla coppia euro/dollaro, si prendono in considerazione l’Euribor a un mese e il Treasury a un mese. Al 21 novembre tale differenza è del 2,57% (rispettivamente i due tassi sono all’1,400% e al 3,97%): si tratta di un livello storicamente molto elevato che rende la copertura dal rischio di cambio attuale piuttosto costosa. 

In generale, le circostanze che hanno reso vincenti le strategie coperte dal rischio del cambio euro/dollaro (hedged) da quelle non coperte (unhedged) sono state meno frequenti dal 2009 in avanti.

Fatte le dovute premesse, con un dollaro arrivato ad essere estremamente forte sull’euro durante il 2022 e un relativo ritardo della Bce nel ciclo di stretta monetaria, potrebbe verificarsi un parziale recupero nei prossimi mesi. 

Vale dunque la pena puntare sulle strategie hedged? “La copertura del rischio di cambio è opportuna quando le valutazioni suggeriscono che una divisa abbia raggiunto livello del di tasso di cambio difficilmente sostenibili date le condizioni economiche attese”, ha dichiarato a We Wealth, Nicolò Bragazza, Senior Investment Analyst di Morningstar Investment Management Europe

“Nel corso del 2022, il forte apprezzamento del dollaro è stato causato dall’incremento dei tassi di interesse della Fed, cui non è seguito un altrettanto rapido rialzo dei tassi da parte della Bce”, ha ricordato l’analista, “l’euro ha quindi perso terreno rapidamente nei confronti del dollaro, rendendo la valuta europea particolarmente attraente nei confronti di quella americana se rapportata alla media storica del tasso di cambio dell’ultimo decennio”. 

A questo riguardo, “potrebbe essere opportuno coprire il tasso di cambio se un investitore ritiene che il tasso di cambio ‘di equilibrio’ tra euro e dollaro sia prossimo alla media dell’ultimo decennio”: allora, il cambio dovrebbe tornare sull’equilibrio poiché l’euro sarebbe monentaneamente sottovalutato rispetto al dollaro. 

“Se, invece, l’aspettativa è quella del raggiungimento di un nuovo equilibrio tra euro e dollaro piú prossimo ai livelli attuali o addirittura sotto la paritá, la scelta di coprire il tasso di cambio potrebbe essere meno netta e potrebbe richiedere alcune considerazioni sulla costruzione del portafoglio nel suo complesso”, ha aggiunto Bragazza, “in questo caso, l’investitore dovrebbe considerare il ruolo del dollaro all’interno della propria allocazione di portafoglio e la diversificazione che esso potrebbe offrire in alcuni scenari macroeconomici e di mercato, come una recessione”. 

Come muoversi sul fonte cambi

Bragazza non ha preso una posizione decisa sul come muoversi nel contesto attuale perché l’esperienza del tasso di cambio passato fra euro e dollaro non è l’unico elemento da prendere in considerazione. Ad esempio, “il dollaro ha offerto buona protezione nelle fasi di stress di mercato”, inoltre, “è importante cercare di comprendere quali aspettative supportano il livello del tasso di cambio attuale in termini di differenziali di tassi, inflazione e crescita e quanto esse siano sovrapponibili alle proprie”. 

In conclusione, “se si considerano le proprie aspettative poco congruenti con quelle di mercato e si ha molta fiducia nelle proprie valutazioni è possibile, dopo averne opportunamente bilanciato i rischi, prendere una posizione netta e ‘contrarian’ rispetto al mercato”. Nello specifico, il dollaro potrebbe perdere terreno con più facilità sull’euro nel 2023 se, ad esempio, l’economia europea dovesse reggere meglio del previsto all’inverno e alla potenziale crisi energetica, ‘autorizzando’ una più decisa posizione restrittiva della politica monetaria da parte della Bce. 

In assenza di una visione forte in merito, tuttavia, l’esperienza passata suggerisce che le strategie non coperte dal rischio cambio hanno avuto maggiori chance di battere le performance delle controparti hedged, per via dei minori costi.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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