Direct indexing: un “killer degli Etf” più efficiente?

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Nuovo per la clientela retail, ma in circolazione da anni, il direct indexing unisce efficienza a personalizzazione: ecco cos’è, in breve

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Il direct indexing consiste in repliche personalizzate di indici azionari che sfruttano il trading a zero commissioni e l’investimento in frazioni di titoli per costruire portafogli di piccole dimensioni in grado di replicare un indice.

Fra le altre cose, il possesso diretto dei titoli azionari, proprio di questo approccio, consente di compensare fiscalmente minus e plusvalenze all’interno della medesima gestione

In un Paese nel quale l’investimento passivo a basso costo ri­mane poco diffuso, parlare di repliche personalizzate di indici azionari potrebbe suonare piuttosto esoterico. Il direct indexing, del resto, è nuovo anche alle orecchie della gran parte degli addetti ai lavori. Il dato di fatto, però, è che i big del risparmio gestito globale, a partire da BlackRock, stanno da tempo inve­stendo su questa innovazione, che alcuni definiscono come un possibile killer degli Etf.

Sfruttando innovazioni tecnologiche come il trading a zero commissioni e l’investimento in fra­zioni di azioni, oggi è possibile costruire portafogli di piccole dimensioni al cui interno si trovano direttamente le azioni che compongono un determinato indice – è un possesso diretto, che non prevede l’acquisto di quote di un fondo. Questa replica, tuttavia, è aperta alla personalizzazione del cliente, il quale può aggiungere o rimuovere uno o più titoli dal paniere prede­finito, magari per assecondare le proprie preferenze etiche, la propria sensibilità ambientalista, la propria fiducia in un particolare settore.

Il direct indexing per la clientela al dettaglio rappresenta una novità anche negli stessi Stati Uniti. Fidelity Investments ha lanciato a inizio a­prile i FidFolios, il primo servizio di direct indexing con una soglia d’ingresso veramente “pop” da soli 5mila dollari. Charles Schwab, altra società attiva su questo terreno, dal 30 aprile offre una soluzione analoga, con una barriera d’ingresso da 100mila dollari – comunque ben più contenuta rispetto al milione di dollari e oltre che, negli anni passati, era necessario mobilitare per questo genere di servizi.

In Italia la pioniera di questa innovazione finanziaria è Cirdan Capital, società basata a Londra che entro fine 2022 lancerà una piattaforma di direct indexing disponibile, “attraverso primarie società di gestione”, anche alla platea dei piccoli risparmiatori. “A differenza di un Etf che, per quanto oramai offra un’ampia gamma di opzioni, resta pur sempre un prodotto preconfezio­nato”, il direct indexing offre un “controllo completo” della composizione degli investimenti, ha dichiarato a We Wealth Antonio De Negri, ceo di Cirdan Capital. Oltre alla personalizza­zione, il possesso diretto delle azioni consente al risparmiatore “di esprimere il proprio voto nelle assemblee e far sentire la propria voce”.

L’efficienza sui costi è da sempre il primo dei fattori che sospin­ge gli investitori verso gli Etf. Secondo l’ultimo report Esma sui costi dei fondi europei, un Etf ha costi complessivi medi pari allo 0,5%, contro l’1,7% di un fondo comune azionario. Quanto costa, invece, la flessibilità degli “indici à la carte”? Nel caso della piattaforma di Cirdan, la commissione sarà pari allo 0,5% delle masse investite “ed ogni volta che si modifica la composizione dell’indice si pagherà uno 0,1% solo per l’ammontare investito”, ha dichiarato De Negri. “Per differenziarci dalle piattaforme di trading”, ha precisato, “le modifiche possono essere fatte solo a fine giornata”. Inoltre, il direct indexing, “è più efficiente fiscalmente”, ha affermato De Negri, “in quanto posse­dendo i singoli titoli sottostanti è possibile per l’utente beneficiare dell’effetto di compensazione fiscale delle plus/minus valenze”.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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