Debito pubblico: dalla crisi un’eredità da 194 miliardi

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Secondo il Rome business school research center, l’Italia ha chiuso lo scorso anno con un debito pubblico di 194 miliardi sopra i livelli del 2019. L’indebitamento netto, balzato al 7,1% nel 2020, si stima scivolerà al 5,7% nel 2021. Occhi sul Recovery fund, atteso nel ruolo di protagonista della crescita solo dal 2023

Indice

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L’indebitamento netto, secondo il quadro tendenziale, toccherà il 10,4% con i nuovi interventi a sostegno dei settori economici e delle famiglie

La possibile terza fase della crisi pandemica potrebbe costare tre punti di pil, facendo slittare la ripresa al 2022

Cresce il divario tra nord e sud: ai poli opposti la Lombardia (con un rapporto debito su pil pari al 71,9%) e la Calabria (305,3%)

Secondo le ultime stime raccolte dal Rome business school research center, lo scorso anno il debito totale mondiale ha sfiorato il tetto dei 277mila miliardi di euro, per un rapporto debito-pil del 365%. Solo in Italia, le misure dispiegate per arginare la crisi e la sete di liquidità delle imprese tricolori hanno condotto il debito pubblico verso un nuovo massimo storico da 2.587 miliardi alla fine di ottobre, contro i 2.584 miliardi di inizio mese, per poi chiudere il 2020 con un’eredità da 194 miliardi sopra i livelli del 2019.

Percentuale sul pil, Lombardia e Calabria ai poli opposti

Un’eredità che sembrerebbe tra l’altro accrescere le disuguaglianze da una parte all’altra della Penisola. Secondo Valerio Mancini, direttore del centro di ricerca della Rome business school e autore dello studio, l’insieme del sistema Italia riporta infatti un debito/pil superiore al 160%. Ma Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Marche e Piemonte, da una parte, registrano un rapporto debito/pil intorno all’80%, il che renderebbe “il loro sistema economico migliore di quello tedesco”, spiega l’esperto. Sul versante opposto, il Meridione riporta un debito/pil del 230%, con picchi superiori al 300% (per la Calabria, ultima in classifica, si parla del 305,3%).

Nel 2021 l’indebitamento netto toccherà il 5,7%

In questo contesto, tenendo conto anche dei dati della Banca d’Italia, l’indebitamento netto (balzato al 7,1% nel 2020, secondo stime ancora non ufficiali) potrebbe toccare il 10,4% con i nuovi interventi a sostegno dei settori economici e delle famiglie, “per circa 55 miliardi di ulteriore deficit autorizzati dal Parlamento”, aggiunge Mancini. Nel corso dell’anno, poi, dovrebbe dimezzarsi al 5,7%. Il debito pubblico in rapporto al pil, invece, rischierebbe di superare il 160% con le nuove misure in corso di approvazione e la nuova possibile fase dell’emergenza pandemica potrebbe costare oltre tre punti di pil, facendo slittare la ripresa al 2022.

Recovery fund: crescita attesa solo nel 2023

Resta poi da vedere quale sarà il ruolo del Recovery fund. Stando a Oxford economics, società di consulenza macroeconomica britannica, l’impulso fiscale da esso generato potrebbe portare il rapporto debito/pil sotto la soglia del 140% entro il 2025. “La manovra economica del governo italiano e il Recovery plan avranno il compito di avviare la discesa già dal 2021, con una spinta che nei primi mesi sarà integralmente a carico della legge di bilancio italiana, dato che i fondi europei provenienti dal Recovey fund cominceranno a farsi sentire non prima di metà anno”, spiega Mancini. Secondo l’esperto, dunque, il Recovery plan assumerà le vesti di protagonista a partire dal 2022, “quando si sobbarcherà la quota principale dell’espansione affidata alla politica economica”.

Ma le incognite sul futuro e lo scenario avverso rischierebbero di portare il pil alla quota dell’1,8% nel 2021 (3,3 punti sotto il 5,1% tendenziale ufficiale) e il vero rimbalzo è atteso verso la fine del 2023, in coincidenza con l’inizio della discesa del maxi-debito e il ritorno del pil ai livelli pre-crisi. Sebbene in uno scenario più ottimistico (con la curva pandemica sotto controllo e una distribuzione dei vaccini dal primo trimestre del 2021) il governo potrebbe allentare le misure restrittive e dare il via alla vera e propria ripresa già verso la metà dell’anno, infatti, in termini di finanza pubblica è previsto un peggioramento di 151,3 miliardi del saldo primario rispetto al 2019, che a sua volta genererebbe un crollo delle entrate (quelle tributarie a 41,7 miliardi sotto i livelli dell’anno scorso, con una contrazione dell’8%) e un’impennata della spesa per gli ammortizzatori sociali e le misure anticrisi (si parla di 95,1 miliardi in più).

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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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