La corsa delle banche verso i paradisi fiscali

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Molte banche utilizzano il debito interno per trasferire i profitti verso paesi a bassa tassazione in modo più aggressivo rispetto alle società non finanziarie

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Le succursali e le filiali di molte banche multinazionali tendono a trovarsi in paradisi fiscali e paesi a bassa tassazione

Le banche multinazionali sono implicate in trasferimenti fittizi dei propri profitti verso Paesi che applicano aliquote societarie pari a zero

Come noto, negli ultimi anni, con il progetto BEPS, l’Ocse, insieme al G20, ha avviato un’iniziativa senza precedenti contro l’erosione della base imponibile attraverso il profit shifting (trasferimento degli utili) verso paesi a fiscalità ridotta.
Limitare il profit shifting significa porre un freno ad un fenomeno che mina l’equità e l’integrità dei sistemi fiscali, stante il fatto che molte imprese ricorrendo a schemi elusivi e strategie di pianificazione fiscale aggressiva riescono a sottrarre in modo consistente imposte al fisco.
Ebbene, come messo in evidenza da uno studio accurato, pubblicato sulla rivista International Tax and Public Finance, e ripreso dall’Eu Tax Observatory, dal titolo Avoiding taxes: banks’ use of internal debt, emerge chiaramente come non sono solo le imprese o le persone fisiche (quindi i “clienti” delle banche) a ricorrere a stratagemmi per trasferire i profitti generati verso paesi a bassa tassazione; coinvolte in questi meccanismi sono, appunto, anche le banche.

Le maggiori banche europee, attraverso diversificati schemi di elusione fiscale – che, in buona sostanza, implicano una serie di finanziamenti interni tra consociate, i cui profitti generati dagli interessi vengono trasferiti in filiali situate in paradisi fiscali –, traggono enormi profitti nei paradisi fiscali a scapito delle finanze pubbliche.

Come emerge, tra le altre cose, da un rapporto Oxfam, se in alcuni Paesi le banche hanno un numero alto di dipendenti, perché si tratta di quelli più attivi nella gestione patrimoniale e nei servizi finanziari, in alcuni paradisi fiscali le banche istituiscono delle sussidiarie del tutto vuote, prive di attività economica interna e prive di dipendenti. Si tratta, per lo più, di hub dove raccogliere i profitti generati dall’attività svolta in altri Stati.

I paradisi fiscali, dunque, svolgono un ruolo centrale nelle attività delle banche: un dipendente medio, impiegato a tempo pieno che opera in una filiale situata in un paradiso fiscale, genera per la banca (rispetto a un suo collega impiegato in una filiale in un Paese white list) il quadruplo degli utili.

Tali differenze di produttività dei dipendenti, a parità di inquadramento e di impiego orario, fanno emergere come la produttività è correlata a un sistema di trasferimento fittizio dei profitti, per meri fini fiscali, verso Paesi con un livello impositivo basso o pari a zero.

Gli autori ritengono che il settore finanziario ricorre a meccanismi di pianificazione fiscale aggressiva molto più frequentemente di quanto non facciano le società di altri settori; questo, in buona parte si giustifica per la natura immateriale dell’attività bancaria, che rende difficilmente tracciabili le operazioni e, in altra parte, per l’esperienza e la competenza acquisita dalle banche nella gestione della ricchezza a favore dei propri clienti.

Più nello specifico, secondo gli autori, poiché i pagamenti degli interessi sono deducibili dalle tasse, le banche multinazionali creano strutture societarie e meccanismi di finanziamento interno ad hoc con l’obiettivo di creare rapporti debito-credito tra società della banca e gonfiare i pagamenti degli interessi a favore delle filiali che hanno sedi in paesi a tassazione agevolata; riducendo così i pagamenti dell’imposta sul reddito delle società.

Gli autori identificano la necessità di introdurre specifiche norme anti-elusione nel settore finanziario, come la limitazione della deducibilità dei pagamenti interni di interessi perché le principali regole odierne si sono dimostrate non efficaci.


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di Nicola Dimitri

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Redattore e coordinatore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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