La controversa corsa delle donne ai vertici del Ftse 350

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In Gran Bretagna il gap di genere ai vertici delle società quotate sul Ftse 350 si è ormai ribaltato, con il 51% delle donne nei board. Ma non è tutto “rosa” quello che luccica

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Lo scorso anno la quota di posizioni di vertice assegnate a dirigenti uomini e donne nelle società europee ha quasi raggiunto la parità, con una percentuale rispettivamente del 52 e del 48%. Fa da traino la Danimarca con il 61%

L’obiettivo sostenuto nel 2016 dal governo britannico con l’Hampton-Alexander Review era quello di raggiungere una percentuale del 33% di donne nei cda delle aziende quotate sul Ftse 100 e sul Ftse 250 entro la fine del 2020

Il gap di genere ai vertici delle società europee sembra progressivamente assottigliarsi. Secondo un nuovo rapporto di Heidrick & Struggles, lo scorso anno la quota di posizioni assegnate a dirigenti uomini e donne ha quasi raggiunto la parità, con una percentuale rispettivamente del 52 e del 48%. Fa da traino la Danimarca con il 61% delle poltrone al femminile, seguita dalla Spagna (58%) e dal Portogallo (53%). Ma sono i dati relativi alla Gran Bretagna che sembrerebbero destare maggiori dubbi. Al quarto posto della classifica con il 51% di donne ai vertici dei consigli di amministrazione del Ftse 350, circa due terzi sono dirigenti in pensione (66%).
Un aspetto che fa riflettere, se si considerano le pressioni cui tali società sono state sottoposte a seguito dell’obiettivo sostenuto nel 2016 dal governo britannico con l’Hampton-Alexander Review di raggiungere una percentuale del 33% di donne nei cda delle aziende quotate sul Ftse 100 e sul Ftse 250 entro la fine del 2020. Che, di fatto, è stato messo a segno. Ma, stando ai dati di Heidrick & Struggles, molti dei nuovi incarichi riguardavano ruoli non esecutivi e a calare parallelamente è stato il numero di donne dirigenti. Tra l’altro, a dispetto dei progressi significativi sul fronte della diversità di genere, le società britanniche hanno ancora molto da fare sul fronte dell’inclusione razziale ed etnica: più di quattro quinti delle posizioni di vertice sono detenute da bianchi, con la maggior parte delle restanti nelle mani di professionisti asiatici e solo il 3% dei dirigenti di colore.
L’ampio numero di dirigenti in pensione nei board (anche in “rosa”) suggerisce invece come resista ancora “una dipendenza dalle fonti tradizionali”, piuttosto che puntare sulla “costruzione di reti più ampie e più diversificate”, spiega il Financial Times. Delle 362 posizioni nei consigli di amministrazione occupate nel 2020, quasi la metà dei consiglieri era, o era stato in passato, amministratore delegato o direttore finanziario di una società. Contrariamente, stando a quanto risulta a Heidrick & Struggles, gli altri paesi europei cercano sempre più dirigenti “attivi”, piuttosto che in pensione.
Come rivelato da Kit Bingham, partner e responsabile del cda di Heidrick & Struggles nel Regno Unito al quotidiano economico-finanziario britannico, la ricerca ha dimostrato che i board “stanno affrontando pressioni spesso contrastanti per il reclutamento di esperti, garantendo al contempo una maggiore diversità con i candidati al di fuori del settore quotato”. È probabile, spiega la società di ricerca esecutiva, che le aziende guarderanno in misura significativamente maggiore ai paesi extra-europei, nei prossimi anni. Ma non manca infine una nota positiva anche sul fronte della diversity. Secondo una recente ricerca di PwC, il divario retributivo di genere continua a ridursi in Gran Bretagna, passando da una media del 14,3% nel 2017-2018 al 12,5% nel 2020-2021.

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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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