Comprare o vendere? Botta e risposta tra tori e orsi

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Con l’imminente rialzo dei tassi da parte della Fed, tori e orsi sono tornati a darsi battaglia. Comprare è il credo dei primi, vendere è quello dei secondi. Chi avrà ragione?

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MarketWatch, sito di informazione economico-finanziaria, ha analizzato quali potrebbero essere le tesi sostenute rispettivamente da tori e orsi in vista del rialzo dei tassi

Stando all’analisi durante i cicli di escursione tassi il ritorno del Dow Jones è stato del 55%, quello del S&P 500 del 62,9% e quello del Nasdaq del 102,7%

Il rialzo dei tassi si avvicina, i mercati sprofondano per poi risalire la china e nel mentre molti investitori, inibiti dalla paura, per non fare la scelta sbagliata una decisione non l’hanno ancora presa. All’appello di taluni “buy the dip” riecheggia quello di talaltri “sell any upticks”. Ma al netto di gridi di battaglia, non si tratta di niente di più che della dicotomia che popola da sempre i mercati finanziari: tori gli uni, orsi gli altri. Ad ormai un mese dall’aumento dei tassi annunciato dalla Fed quali sono gli argomenti di ambo i fronti?
MarketWatch ha individuato possibili botta e risposta tra orsi e tori di oggi. Il primo tavolo di confronto è quello sulla politica monetaria. All’obiezione dei primi che il taper tantrum è realtà e presto potrebbe esserlo anche il quantitative tapering i secondi rispondono che la stretta monetaria non è certo una novità di oggi e che è già stata prezzata da tempo nei prezzi. E poi storicamente i mercati sono saliti anche quando i tassi sono aumentati. Dati (dal 1989) alla mano durante i cicli di escursione tassi il ritorno del Dow Jones è del 55%, quello del S&P 500 del 62,9% e quello del Nasdaq del 102,7%. “Può essere, ma tant’è che la “Fed Put” – il sostegno fiscale ai mercati finanziari – data l’inflazione galoppante è e sarà a livelli molto più bassi di quanto è stato negli ultimi anni” ribattono gli orsi. Vero, ma Fed e Tesoro, seppur con una capacità di fuoco ridotta, hanno dato prova di non aver mai abbandonato i mercati a sé stessi.

L’inflazione, tuttavia, esiste e il suo impatto è innanzitutto sui conti, ricordano i ribassisti.  Il costo delle materie prime sta aumentando esponenzialmente esercitando una grande pressione sui conti. Tant’è che i margini hanno raggiunto il loro massimo più di un anno fa, nel primo trimestre 2021. Con la persistenza dei problemi alla catena di approvvigionamento inoltre il rischio concreto è quello di stagflazione. Sul tema i rialzisti ribattono che le imprese hanno un potere di prezzo e che i margini resisteranno all’aumento dei prezzi e che dall’offerta arrivano i primi segni che il peggio è passato. Passando poi alle questioni geopolitiche, i pessimisti sono preoccupati che le tensioni Russia e Ucraina non siano di così immediata soluzione, senza considerare la Cina, una mina ormai per definizione vagante. Dall’altra parte invece ritengono che la guerra commerciale Usa-Cina siano meno distruttiva di valore rispetto al passato e che il petrolio il suo momento di gloria (e riscatto) l’ha già avuto e che l’OPEC è in procinto di aumentare l’offerta.

Infine si pone un tema generazionale. Gli orsi argomentano la loro visione ribassista alla luce dal fatto che chi è prossimo alla pensione è incentivato a prendere profitto in questo momento. I tori invece sostengono che tra i più giovani vale l’opposto: a prezzi convenienti si compra non si vende. Tesi entrambe vere. Il tempo è un fattore determinante negli investimenti.

Chi avrà ragione? Solo il tempo ce lo dirà.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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