Clima, Onu: “Sulla strada giusta, ma la finanza faccia di più”

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Il tasso di crescita delle emissioni di gas a effetto serra, dopo aver toccato livelli record, sta conoscendo un rallentamento. Ma senza un intervento più deciso della finanza l’obiettivo degli 1,5°C continua ad apparire un miraggio

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Per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C è necessario che le emissioni di gas a effetto serra diminuiscano di almeno il 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019

Hoesung Lee, presidente dell’Ipcc: “Le decisioni che prendiamo ora potrebbero garantirci un futuro vivibile. Abbiamo gli strumenti e il know-how necessari”

Mentre la guerra russo-ucraina alimenta le aspettative di un’impennata della domanda di combustibili fossili, almeno nel breve termine, il pianeta continua a incamminarsi verso un incremento delle temperature ben superiore rispetto all’obiettivo degli 1,5°C. Dopo aver raggiunto i livelli più elevati della storia umana tra il 2010 e il 2019, il tasso di crescita delle emissioni di gas a effetto serra ha subito un rallentamento. Ma senza una riduzione “immediata e profonda” in tutti i settori e, soprattutto, senza un intervento più deciso della finanza il rischio di scavalcare le soglie di tolleranza non fa che concretizzarsi.
Uno spiraglio positivo, insomma, ma a patto di agire “ora o mai più”. È il nuovo allarme lanciato dagli scienziati del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) e che ancora una volta chiama in causa non solo i governi ma anche il settore finanziario. “Siamo a un bivio”, avverte Hoesung Lee, presidente del foro scientifico dell’Onu in occasione della presentazione dell’ultimo rapporto sul clima. “Le decisioni che prendiamo ora potrebbero garantirci un futuro vivibile. Abbiamo gli strumenti e il know-how necessari per limitare il riscaldamento”, aggiunge, accogliendo con favore l’azione intrapresa “in molti paesi”. Politiche, regolamenti e strumenti di mercato si stanno rivelando efficaci, osserva Lee. “Se venissero ampliati e applicati in modo più ampio ed equo, potrebbero supportare profonde riduzioni delle emissioni e stimolare l’innovazione”.

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Un’innovazione che dovrebbe coinvolgere tutti i settori, puntando non solo su un minor ricorso alle fonti fossili ma anche su una migliore efficienza energetica e l’utilizzo di combustibili alternativi (come l’idrogeno). Scommettere sulle giuste politiche, infrastrutture e tecnologie che consentano un cambiamento degli stili di vita e dei comportamenti potrebbe tra l’altro generare una contrazione del 40-70% delle emissioni di gas serra entro il 2050, secondo l’Ipcc. Per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, spiegano gli scienziati, è necessario infatti che tali emissioni raggiungano un picco al più tardi entro il 2025 e diminuiscano di almeno il 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019. E anche le emissioni di metano, allo stesso tempo, dovrebbero essere tagliate di circa un terzo. Entro la metà del secolo, invece, occorrerebbe ridurre del 95% l’uso del carbone, del 60% quello del petrolio e del 45% quello del metano rispetto a tre anni fa.

In questo contesto, i flussi finanziari impiegati nella lotta al cambiamento climatico risultano da tre a sei volte inferiori rispetto ai livelli da raggiungere entro il 2030 per limitare il global warming sotto la soglia dei 2°C. Il discorso è che tali flussi sarebbero rimasti fortemente incentrati sul tema della mitigazione, tra l’altro diffusi in modo irregolare tra regioni e settori (sebbene il mercato della finanza sostenibile si sia “notevolmente ampliato”, riconoscono i ricercatori). Eppure, si legge nel rapporto, vi è sufficiente liquidità a livello globale per limitare tali divari d’investimento.

“Il prodotto interno lordo globale sarebbe solo di pochi punti percentuali inferiore nel 2050 se intraprendessimo le azioni necessarie a limitare il riscaldamento globale a 2°C rispetto al mantenimento delle politiche attuali”, spiega Priyadarshi Shukla (co-presidente del gruppo di lavoro dell’Ipcc che ha lavorato alle oltre 3mila pagine di rapporto). “Senza tenere conto dei vantaggi economici della riduzione dei costi di adattamento o dell’evitare gli impatti del climate change”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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