Cina, i dubbi sulla ripresa economica affondano le Borse. Cosa fare

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L’indice dei prezzi al consumo cinese delude i mercati, che reagiscono con pesanti ribassi. Ma secondo Carlo De Luca di Gamma Capital Markets continua a essere un buon momento per inserire la Terra del Dragone in portafoglio. Ecco perché

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L’inflazione ha registrato a settembre un incremento tendenziale dello 0%, contro un rialzo dello 0,2% atteso dagli economisti intercettati da Reuters. L’indice dei prezzi alla produzione mostra invece una contrazione del 2,5%

De Luca: “I dati ufficiali hanno rivelato che l’inflazione e i costi di produzione in Cina erano più bassi di quanto previsto dagli analisti, gettando benzina sul fuoco sui dubbi già presenti relativi alla ripresa economica del Paese”

Mercati asiatici in calo sulla scia dei dati su inflazione e costi di produzione in Cina nel mese di settembre. Hong Kong lascia sul terreno circa il -2%, mentre l’indice di Hang Seng interrompe la sua serie positiva di sei giorni terminando con un calo del 2,3% a 17.813,45 punti. L’indice tecnologico perde il 3,5% mentre l’indice composito di Shanghai cede lo 0,6%. “L’inflazione a crescita zero dimostra che la Cina deve ancora superare il pericolo deflazione che aleggiava negli scorsi mesi”, spiega a We Wealth Carlo De Luca, head of asset management di Gamma Capital Markets. “Ciononostante, un barlume di ripresa si intravede”, rassicura.

Guardiamo innanzitutto ai dati. Secondo il National bureau of statistics, l’inflazione ha registrato a settembre un incremento tendenziale dello 0%, contro un rialzo dello 0,2% atteso dagli economisti intercettati da Reuters. L’indice dei prezzi alla produzione mostra invece una contrazione del 2,5% su base annua, a fronte del -2,4% del consensus. Le vendite all’estero sono calate del -6,2% in un anno lo scorso mese, anche se il forte declino è stato minore di quanto stimato dagli analisti (-8,0% e -8,8% precedente). “Il settore immobiliare è ancora in crisi e il costruttore Country Garden ha avvisato all’inizio di questa settimana che potrebbe presto arrivare il suo primo fallimento. In più, si aggiunge la disoccupazione giovanile, con più del 20% dei giovani tra i 16 e i 24 anni senza lavoro a giugno (ultimo dato disponibile, dopo il quale il governo ha deciso di non pubblicarlo più)”, racconta De Luca. 

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De Luca: “Si intravede un barlume di ripresa”

“È chiaro che sono ancora molte le sfide da affrontare e i numeri sull’inflazione ci fanno capire che, nonostante qualche miglioramento, la strada è ancora lunga e in salita. Ciononostante, un barlume di ripresa si intravede”, sostiene l’esperto. Per esempio, a fine settembre è stato pubblicato il dato sull’attività manifatturiera cinese che ha ripreso a espandersi per la prima volta in sei mesi (50,2 contro 49,7 di agosto); un primo segnale di stabilizzazione dell’economia, secondo De Luca. “È stata la prima volta da marzo che il dato principale è salito sopra 50, il che indica un’espansione della produzione rispetto al mese precedente, essendo rimasta nellìintervallo di contrazione nei cinque mesi precedenti”. Dunque, qualche segnale c’è, ma la ripresa sarebbe maggiormente rafforzata in presenza di maggiori stimoli da parte del governo. Il punto, dice, è che non è così semplice come si pensa. “Pechino ha di fronte a sé un duplice problema: da una parte è necessario un maggior sostegno economico, dall’altro deve ridurre l’indebitamento dei governi locali. Il lavoro dei politici sarà complicato, bisognerà navigare a vista e per la transizione da un’economia in deflazione a un’economia in ripresa potrebbe volerci più tempo del previsto”.

Cina: le mosse per il portafoglio

Per De Luca, però, resta un buon momento per inserire la Cina in portafoglio. “Siamo convinti che anche se l’ultimo dato sul pil restituisce un rallentamento un po’ superiore alle attese, la Cina soffrirà il terzo e forse parte del quarto trimestre, ma poi si riprenderà. Anzi, la Borsa dovrebbe iniziare a scontare buone notizie già nei prossimi due mesi”, dichiara l’esperto. “In termini settoriali, siamo molto positivi sulla tecnologia cinese, rimasta indietro. Evitiamo invece i settori che potrebbero essere intaccati dalla crisi immobiliare, quindi finanziario e real estate. In termini di asset allocation, se si tratta di un portafoglio solo azionario, la Cina potrebbe pesare tra il 15 e il 20%, se si tratta di un portafoglio bilanciato diventerebbe il 5-10%”, chiarisce De Luca. Lanciando infine uno sguardo oltreoceano. “Noi sovrappesiamo sempre gli Stati Uniti, ma sulla tecnologia bisogna considerare che quella cinese è diversa da quella americana. In generale, sui semiconduttori compriamo America, mentre sull’intelligenza artificiale preferiamo la Cina; e della tecnologia americana preferiamo le mid cap alle large e mega cap”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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