Big Tech verso la sconfitta: l’antitrust ha vinto in Europa?

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La guerra tra Big Tech e antitrust europeo volge al termine, con il Digital Market Act che potrebbe essere presto realtà

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Il Digital Markets Act (DMA), unitamente al Digital Services Act (DSA) costituisce uno degli strumenti della legislazione dell’Ue ritenuti essenziali nella regolamentazione dei servizi digitali

I provvedimenti riguarderanno le aziende con una capitalizzazione di mercato superiore a 65 miliardi di euro, stabilendo per la prima volta le regole di come le grandi piattaforme online devono competere nel mercato dell’Ue

Molte aziende in Europa potrebbero presto festeggiare. Il dominio delle grandi compagnie tecnologiche della Silicon Valley, le Big Tech, sul Vecchio Continente potrebbe presto sgretolarsi sotto il peso del tallone legislativo della Commissione Europea. Già in settimana infatti potrebbe arrivare il Digital Markets Act (DMA), la prima revisione in vent’anni da parte dell’Ue delle regole che governano la concorrenza su Internet, a cui più avanti si aggiungerà il Digital Services Act (DSA), che interverrà invece in aree come la privacy e l’uso dei dati.
A fare il punto è un’analisi del Financial Times, secondo cui la legislazione antitrust ha il potenziale per trasformare completamente il modo in cui le big tech fanno affari. Disabilitando difatti la loro strategia di integrazione che ha permesso loro di legare gli utenti, dominare i mercati e catturare miliardi di euro di entrate, il DMA è al momento la principale minaccia agli imperi digitali costruiti negli ultimi due decenni, dai cosiddetti gatekeepers, quali Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. Rivolto alle aziende con una capitalizzazione di mercato individuale superiore a 65 miliardi di euro, l’atto stabilirà per la prima volta le regole di come le grandi piattaforme online devono competere nel mercato dell’Ue.

Potrebbe, per esempio, costringere Google a dare agli utenti la scelta di fornitori di posta elettronica alternativi quando si installa un nuovo smartphone, così come costringere Apple ad aprire il suo app store ai servizi concorrenti. Dà anche ai regolatori poteri molto più ampi, con la capacità di distribuire multe fino al 10 per cento del fatturato globale per le infrazioni, o anche in circostanze estreme a costringere i trasgressori recidivi a chiudere bottega. “Non c’è modo di fermare o far deragliare le nuove regole” ha detto al Ft Thomas Vinje, un partner presso lo studio legale Clifford Chance, che ha rappresentato i rivali di big tech. “Big tech ha perso la battaglia legislativa”.

Si tratta di una vera e propria svolta, dal momento che per decenni gli organismi antitrust sia in Europa che negli Stati Uniti sono stati percepiti come inefficaci e troppo lenti a reagire e le multe comminate considerate semplicemente come il prezzo da pagare per fare affari. Così i 10 miliardi di euro di multe indirizzato a Google nell’ultimi dieci anni non sono pesati molto sui suoi bilanci, senza considerare che il gigante tech sta ancora contestando tutte le multe anche dopo che i giudici della corte dell’UE in Lussemburgo hanno stabilito che il gigante dei motori di ricerca stava favorendo i propri servizi rispetto alle offerte concorrenti. Va detto che i risultati non raggiunti negli ultimi anni sono stati anche frutto di una strenua attività di lobbying da parte delle aziende interessate. Solo nell’ultimo biennio, per esempio, ci sono stati ben 249 incontri tra lobbisti al libro paga di Google e le autorità.

Che la musica sia cambiata, ce ne s’è accorti già da qualche tempo. Gli organismi antitrust degli stati membri sono stati autorizzati a prendere di mira le grandi aziende tecnologiche anche prima che le regole entrino in vigore a Bruxelles. L’autorità olandese per la concorrenza, per esempio, a gennaio e a febbraio ha imposto una serie di multe ad Apple, per non aver dato ai creatori di app nessuna alternativa all’uso del suo sistema di pagamento, che prende commissioni del 30%. In Germania, l’organo di controllo della concorrenza è stato recentemente dotato di maggiori poteri per perseguire le pratiche abusive e individuare quelle che stanno dominando un mercato specifico.

Oltreoceano, il Congresso degli Stati Uniti ha messo gli occhi su una nuova legislazione simile alla DMA. L’American Innovation and Choice Online Act, introdotto dal senatore repubblicano Chuck Grassley e dalla democratica Amy Klobuchar, ha un sostegno bipartisan, ma ha solo recentemente iniziato il suo percorso per diventare legge e pochi si aspettano progressi prima delle elezioni di metà novembre.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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