Banche in crisi? Perché il private equity è una (valida) alternativa

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Prima Silicon Valley Bank, poi Credit Suisse. Le recenti turbolenze hanno intaccato la fiducia degli imprenditori nei confronti delle banche, indirizzandone l’attenzione verso forme alternative di liquidità. Ecco quali

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Bersani: “I fondi di private equity o venture capital possono essere una risposta valida alla capitalizzazione delle imprese e fare da acceleratore alla crescita delle aziende in diversi ambiti”

Oltre il 39% considera i fondi di private equity come uno strumento per accelerare la crescita a livello internazionale; il 33% un modo per risolvere problematiche connesse al passaggio generazionale

Prima il crac della Silicon Valley Bank, poi Credit Suisse (salvata dai rivali svizzeri di Ubs per tre miliardi di franchi). Episodi come questi, uniti alle recenti turbolenze sul titolo Deutsche Bank, hanno intaccato il livello di fiducia degli imprenditori nei confronti del sistema bancario. Indirizzandone l’attenzione verso forme alternative di liquidità. Tra queste, i fondi di private equity e venture capital. Ma non solo. Ne abbiamo parlato con Massimo Bersani, managing partner di Livolsi & Partners, analizzando anche i risultati di una recente indagine condotta dalla società di consulenza su un campione di un centinaio di interlocutori tra consulenti, aziende, banche, fondi e studi legali.

“In questo momento storico, il crac della Silicon Valley Bank e del Credit Suisse, accompagnati dai problemi di Deutsche Bank, hanno diminuito il livello di fiducia da parte degli imprenditori nel sistema bancario”, spiega Bersani. “Storicamente le nostre piccole e medie imprese mostrano un problema di sottocapitalizzazione e quindi di un più problematico accesso al credito bancario. I fondi di private equity o venture capital (a seconda della dimensione e stato di crescita delle imprese) possono essere una risposta valida alla capitalizzazione delle imprese e fare da acceleratore alla crescita delle aziende in diversi ambiti. Come risultato dalla nostra indagine, i processi di internazionalizzazione delle nostre imprese, una maggiore struttura manageriale e la risoluzione di eventuali problemi legati al passaggio generazionale, posso essere agevolati attraverso la presenza di un investitore qualificato e professionale, come i fondi di private equity, piuttosto che solo con il supporto finanziario (a debito) degli istituti di credito”.

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Dopo aver registrato 971 operazioni nel corso del 2022 per un importo di quasi 90 miliardi di euro (come indicato nell’ultimo EY M&A Barometer diffuso a inizio anno), secondo lo studio condotto da Livolsi & Partners oltre il 63% degli intervistati ritiene che gli impieghi di private equity proseguiranno nel 2023 nonostante il perdurare di una congiuntura negativa internazionale connessa al conflitto russo-ucraino; per il 10% resteranno stabili e per il 27% caleranno. Oltre il 39% considera i fondi di private equity come uno strumento per accelerare la crescita a livello internazionale, il 33% un modo per risolvere problematiche connesse al passaggio generazionale o eventuali dispute parentali, e il 27% un modo per sopperire all’incapacità degli imprenditori di porre in essere processi di aggregazione tra imprese private di piccole e medie dimensioni. I settori rispetto ai quali si stima ci saranno i movimenti maggiori sono Food & Beverage (20%), IT-tech software (12%), moda e lusso (11%) e farmaceutico (7%); seguono healthcare e cosmetica, servizi, turismo, design, meccanica, chimica e cybersecurity.

“Questo lavoro dimostra che le nostre aziende sono fiduciose nel futuro malgrado la congiuntura, sanno prendersi le proprie responsabilità e sempre più conoscono le opportunità e i vantaggi della cosiddetta finanza alternativa alle banche, a partire dal  private equity e venture capital, come le forme di finanziamento in debito (minibond, crowdfunding, invoice trading, direct lending) o la quotazione in Borsa su listini specifici per le pmi, come Euronext Growth Milano”, interviene Ubaldo Livolsi, presidente di Livolsi & Partners. A quest’ultimo proposito, Bersani spiega come lo sbarco in Borsa rappresenti di fatto a sua volta una risposta valida per ottenere le risorse finanziarie per la crescita e la visibilità sui mercati internazionali. Che tuttavia conclude: “L’Italia è al secondo posto al mondo dopo il Giappone per ricchezza finanziaria; i risparmiatori dovrebbero sempre più essere invogliati a investire nel capitale di rischio delle nostre imprese”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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