Al via i delisting: le aziende cinesi saranno cacciate da Wall Street?

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La Sec ha dato l’ultimatum a cinque aziende cinesi: o saranno in grado di fornire i documenti richiesti nei prossimi tre anni o saranno cacciate dalla Borsa di New York. Potrebbero essere i primi delisting di una lunga serie

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Come riporta il Financial Times, giovedì scorso la Sec ha avvertito cinque aziende cinesi che se non saranno in grado di fornire alcuni documenti contabili alle autorità statunitensi saranno delistate dalla Borsa di New York

L’indice Nasdaq Golden Dragon China è crollato del 18,1% la scorsa settimana, raggiungendo venerdì il livello più basso dal 2016

Dopo mesi di minacce, la Sec è passata all’azione: o le aziende cinesi consentiranno alle autorità statunitensi di accedere ai propri documenti di revisione o sarà delisting. Le prime cinque (di 270) società che potrebbero fare presto i bagagli e tornare sugli exchange asiatici sono state individuate la settimana scorsa. Si tratta del gigante dei fast-food Yum China, i gruppi biotecnologici BeiGene, Zai Lab e HutchMed, e la società tecnologica ACM Research. L’annuncio ha innescato un sell-off sui titoli scambiati negli Stati Uniti.
La mossa del regolatore arriva dopo che gli Stati Uniti hanno approvato una legge nel dicembre 2020 che ha richiesto alle società cinesi quotate a New York di consentire ai cani da guardia americani, come il Public Company Accounting Oversight Board, di esaminare i loro documenti di revisione. Giovedì è stata fissata una scadenza di tre anni, entro cui le aziende e i loro revisori si devono confermare. Per le cinque società – i primi gruppi cinesi ad aver depositato le loro relazioni annuali del 2021 – è iniziato dunque il conto alla rovescia: se il supervisore statunitense non sarà in grado di ispezionare i documenti richiesti per i prossimi tre anni saranno costrette a cancellarsi dalla Borsa.

La palla ora passa a Pechino, che finora ha bloccato le aziende cinesi e i loro revisori dal rispettare tali richieste dei regolatori stranieri. L’escalation delle tensioni potrebbe minacciare la negoziazione di azioni quotate negli Stati Uniti per un valore di oltre 2 mila miliardi di dollari e ha effettivamente paralizzato un mercato un tempo vivace per le quotazioni cinesi a New York. Il regolatore celeste ha detto giovedì che “si oppone alla politicizzazione della regolamentazione dei titoli da parte di alcune forze”, ma ha aggiunto di essere stato in comunicazione con il regolatore americano per risolvere l’impasse affermando: “Crediamo che le due parti possano raggiungere un accordo che si allinei con la legge e la regolamentazione di entrambi i paesi… che protegga gli investitori globali”.

L’indice Nasdaq Golden Dragon China è crollato del 18,1% la scorsa settimana, raggiungendo venerdì il livello più basso dal 2016, mentre la quotazione americana di Yum China è scesa del 25,6% (contro il -10% registrato ad Hong Kong). L’ADR di BeiGene è sceso invece dell’8,4% per la settimana, mentre gli ADR di HutchMed e ACM Research sono crollati rispettivamente del 20,1% e del 26,2%. L’incertezza ha portato ad un aumento delle quotazioni secondarie di società cinesi a Hong Kong negli ultimi tre anni, tra cui Alibaba, JD.com e NetEase. Giovedì la casa automobilistica elettrica Nio ha iniziato a scambiare le sue azioni a Hong Kong dopo la mossa di Washington di aumentare il controllo dei suoi libri contabili.

Per Ubs Wealth Management, i regolatori statunitensi e cinesi dovrebbero raggiungere un accordo sulla divulgazione dei dati di revisione entro il prossimo anno. Anche se questo non dovesse essere il caso, è comunque probabile che le società in esame optino per una quotazione secondaria/doppia a Hong Kong prima dello scadere dei tre anni. Le azioni a doppia quotazione sono fungibili, con gli azionisti che possono decidere di convertire le azioni quotate negli Usa in azioni quotate ad Hong Kong durante il periodo di grazia, o al momento dell’effettivo delisting. Inoltre l’istituto elvetico non si aspetta uno sconto di valutazione sostanziale, se le società dovessero spostare la loro sede di quotazione primaria dagli Stati Uniti a Hong Kong, poiché la valutazione e le prospettive di guadagno di queste società derivano principalmente dalla Cina e quindi non sarebbe influenzate da questo cambio di domicilio.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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