Il taglio dei tassi? Rimandato al 2024. Cosa cambia per i portafogli

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Le aspettative degli investitori sono cambiate dopo una serie di dati che indicano un’inflazione più ostinata del previsto: analisi su settori e destino del rally

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La maggioranza degli investitori, che fino a non molti giorni fa scommettevano su un rapido calo dell’inflazione americana e su due tagli dei tassi da parte della Fed già nel 2023, ha cambiato idea. Nel frattempo, infatti, i segnali lanciati dall’economia americana hanno mostrato un mercato del lavoro più forte del previsto (disoccupazione al 3,4%), un’inflazione che nelle sue componenti di fondo continua a crescere con passo immutato e vendite al dettaglio in crescita oltre le attese (3% contro l’1,8% previsto). 

Le aspettative mostrate sul mercato dei future indicano che, adesso, i mercati prezzano un taglio dei tassi Fed inferiore ai 25 punti base nel 2023, segno che potrebbe anche non verificarsi alcun taglio, stando alle attese attuali: una virata considerevole rispetto a inizio febbraio. Se i prezzi dell’energia scenderanno, ma continueranno a crescere altre componenti come il costo dei servizi, i costi abitativi e non si raffredderanno anche gli aumenti delle retribuzioni le chance che la Fed torni a tagliare i tassi si sposteranno ulteriormente in avanti.

Le implicazioni operative potranno essere interessanti, perché una Federal Reserve che manterrà i tassi d’interesse ai loro livelli terminali (si prevede 5-5,25%) più a lungo potrebbe posticipare il recupero dell’azionario che, di solito, saluta con grande favore la prospettiva di tassi in calo. Anche i rendimenti delle obbligazioni, che avevano iniziato ad anticipare un futuro raffreddamento dei tassi, potrebbero stabilizzarsi più tempo. L’inizio dell’anno è stato positivo per l’S&P 500, grazie anche all’inizio della fase discendente dell’inflazione: la performance, al 15 febbraio, è dell’8,46%. Dall’inizio di febbraio, però, l’indice di riferimento dell’azionario Usa sembra aver perso slancio e diversi osservatori hanno sollevato dubbi sulla sostenibilità futura del rally osservato a partire da ottobre. L’indice Nasdaq Composite, al cui interno si trovano azioni più sensibili all’andamento dei tassi d’interesse, ha realizzato un ancor più notevole +16,21% da inizio anno, ma anche quest’ultimo indice ha perso slancio nelle ultime cinque sedute (al 15 febbraio).

“L’inflazione di fondo, che si sta rivelando insidiosa in entrambe le sponde dell’Atlantico, induce ad aspettarsi tassi d’interesse elevati per un periodo di tempo maggiore. Ma si inserisce anche in un contesto di aspettative economiche “meno negative”, e quindi di crescita degli utili. I consumatori statunitensi sono molto resilienti, la Cina è ora in fase di riapertura e l’Europa sta beneficiando del crollo dell’80% dei prezzi del gas naturale”, ha dichiarato a We Wealth Ben Laidler, global macro strategist di eToro. “Il settore che più beneficia di questa combinazione potrebbe essere quello dei finanziari: dopo un decennio di tassi d’interesse a zero, le società finanziarie sono in grado di chiedere un prezzo più alto per i loro prestiti e la ritrovata capacità di tenuta dell’economia tiene a bada i timori di recessione e di crescita dei prestiti”, ha aggiunto, “inoltre, è il settore che presenta le valutazioni di Borsa più basse e i rendimenti da dividendi, così i buyback di azioni, più elevati”.

E’ possibile che questo scenario raffreddi il rally osservato fin qui sull’azionario? “L’inflazione più persistente e la retorica da falco delle banche centrali hanno invertito il recente calo dei rendimenti obbligazionari. Quest’ultimo è stato uno dei fattori principali che hanno favorito il rally delle valutazioni degli ultimi mesi e la sua inversione, quindi l’aumento dei rendimenti, potrebbe effettivamente raffreddare l’entusiasmo”, ha replicato Laidler, “il rendimento delle obbligazioni decennali statunitensi è rimbalzato dai recenti minimi del 3,4% a oltre il 3,8%, mentre l’equivalente tedesco è ai livelli più alti dal 2011. Le valutazioni dei titoli non sono altro che il valore attuale dei flussi di cassa futuri, e questi rendimenti obbligazionari più elevati riducono tale valore”.

L’allerta su una possibile ritirata dell’azionario è maggiore negli Usa e sui titoli contraddistinti da valutazioni più elevate, ossia più costosi “come nel settore tecnologico (con un rapporto P/E di 21x) o nell’indice statunitense S&P 500 (18x)”, ha affermato l’analista, “i rischi di valutazione sono significativamente inferiori nelle regioni più economiche, come l’Europa (12x), o nei settori più convenienti, come l’energia, le telecomunicazioni e le banche, tutti scambiati con rapporti P/E pari o inferiori a 10x P/E”.

Bce: salari, gas e aiuti anti-bollette rischiano di sostenere l’inflazione

Nel frattempo anche la Banca centrale europea ha descritto nel dettaglio come l’inflazione dell’Eurozona resti sostenuta nelle sue componenti non energetiche, con particolari preoccupazioni sul fatto che la crescita dei salari alimenti un più ampio spettro di rincari.

“L’aumento dei salari e il recente calo dell’inflazione dei prezzi dell’energia sono destinati ad attenuare la perdita di potere d’acquisto che molti hanno subito a causa dell’alta inflazione. Questo, a sua volta, sosterrà i consumi”, ha affermato la Bce nel suo ultimo bollettino, pubblicato il 16 febbraio, “i salari stanno crescendo più rapidamente, sostenuti dalla solidità dei mercati del lavoro, e il recupero dell’inflazione elevata è diventato il tema principale delle trattative salariali”.

La crescita dei salari è ora la preoccupazione principale per i costi, anche se le aspettative salariali sono rimaste invariate rispetto alla precedente tornata di indagini. La maggior parte dei contatti prevedeva che nel 2023 la crescita dei salari sarebbe stata superiore a quella del 2022”, ha precisato la Bce, si stima “che i salari medi siano cresciuti di circa il 3,5% nel 2022, mentre” si prevede “una crescita di circa il 5% nel 2023”.

Alcuni fra gli attori economici sondati dalla Bce “hanno espresso il timore che, a differenza dell’aumento dei prezzi dell’energia o delle materie prime, gli aumenti salariali saranno permanenti e che avranno quindi effetti più duraturi. Altri, invece, hanno osservato che gli aumenti salariali erano inferiori agli attuali tassi di inflazione e quindi inferiori a quelli necessari per alimentare una spirale salari-prezzi”.

Un altro elemento che potrebbe sostenere in misura eccessiva il potere d’acquisto delle famiglie europee sono gli aiuti economici per calmierare il costo delle bollette, secondo quanto sottolineato dalla Bce. Al contrario delle dinamiche salariali, su questo aspetto i governi hanno un potere d’intervento che, fra non molto dovrebbe essere esercitato, ha fatto capire la presidente Christine Lagarde in un suo intervento del 15 febbraio. “Le misure di sostegno del governo per proteggere l’economia dall’impatto degli alti prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanee, mirate e personalizzate per preservare gli incentivi a consumare meno energia”, si legge nel bollettino, “in particolare, con l’attenuarsi della crisi energetica, è importante iniziare a ridurre tempestivamente queste misure in linea con il calo dei prezzi dell’energia e in modo concertato. Se tali misure non rispettano questi principi, è probabile che aumentino le pressioni inflazionistiche di medio termine, il che richiederebbe una risposta più forte di politica monetaria”.

Fra gli altri rischi che la Bce ha analizzato per i prossimi mesi, infine, c’è la possibilità di un deficit considerevole nelle forniture di gas (pari al 9% circa del consumo): eventualità che si verificherebbe se la domanda cinese limitasse la capacità europea di aggiudicarsi la produzione aggiuntiva di gas liquefatto sui mercati internazionali e se la Russia decidesse di tagliare completamente le forniture residue all’Europa.

Con questi elementi, la Bce ha confermato l’intenzione di innalzare di altri 50 punti base i tassi di riferimento nella prossima riunione di marzo.

Gli articoli pubblicati sono stati realizzati da giornalisti e contributors di We Wealth e vengono forniti a Poste Premium a scopo informativo.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

Domande frequenti su Il taglio dei tassi? Rimandato al 2024. Cosa cambia per i portafogli

Perché si prevede che il taglio dei tassi d'interesse sia rimandato al 2024?

La previsione di un taglio dei tassi nel 2023 è stata rivista a causa della persistente forza del mercato del lavoro americano, della continua crescita dell'inflazione di fondo e dell'aumento delle vendite al dettaglio superiori alle aspettative.

Quali fattori specifici preoccupano la BCE riguardo all'inflazione?

La BCE è preoccupata che i salari, i prezzi del gas e le misure di sostegno contro il caro bollette possano sostenere l'inflazione, rendendo più difficile il raggiungimento degli obiettivi di stabilità dei prezzi.

Come ha reagito la maggioranza degli investitori alle nuove indicazioni economiche?

La maggioranza degli investitori ha cambiato idea riguardo a un rapido calo dell'inflazione e ai tagli dei tassi da parte della Fed nel 2023, ridimensionando le aspettative di un intervento immediato.

Qual è l'attuale tasso di disoccupazione negli Stati Uniti e come influisce sulle decisioni di politica monetaria?

Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è al 3,4%. Questo dato, indicando un mercato del lavoro forte, contribuisce a sostenere l'inflazione e ritardare potenziali tagli dei tassi d'interesse.

Qual è stato l'incremento delle vendite al dettaglio negli Stati Uniti e perché è significativo?

Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti sono cresciute del 3%. Questo aumento, superiore alle attese, segnala una domanda robusta che contribuisce a mantenere alta l'inflazione, influenzando le decisioni della Fed sui tassi.

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