Deglobalizzazione? No, prepariamoci a una ri-globalizzazione

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La crisi delle catene di approvvigionamento e le tensioni geopolitiche stanno spingendo i colossi industriali a dislocare la produzione in più angoli del mondo, dando il via a una nuova era di globalizzazione. Ecco le opportunità e rischi

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La pandemia da Covid prima, la crisi delle catene di approvvigionamento poi e le tensioni geopolitiche attuali stanno spingendo le multinazionali a rivedere la propria organizzazione e struttura produttiva. Ma, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non si sta avviando un processo di de-globalizzazione, bensì una nuova era di ri-globalizzazione. Lo osservano gli esperti di Capital Group: “Le grandi imprese – sostengono – si stanno rendendo conto che è necessario avere varie sedi su cui contare, in differenti Stati”. Ecco le opportunità e i rischi di questa nuova tendenza.

Al via la ri-globalizzazione

TSMC, una delle più importanti aziende al mondo nel settore dei semiconduttori, con sede a Taiwan, ha recentemente aperto una nuova “succursale” negli Stati Uniti e ne sta sviluppando un’altra in Giappone. Apple sta iniziando a de-centralizzare la sua produzione, portandola anche fuori dai confini cinesi, fino all’India, il secondo mercato di smartphone più grande al mondo, che si prospetta avere 887,4 milioni di possessori di smartphone entro il 2030.

Sempre più aziende, con base manufatturiera in Cina e Taiwan, apriranno la loro produzione anche ad altre nazioni, per un’ottimale diversificazione e per disperdere i rischi”, afferma Noriko Chen, equity portfolio manager di Capital Group. Senza dubbio questa transizione avverrà a un costo, comprimendo i profitti delle attività soprattutto nel breve termine, ma dall’altra parte aprirà la strada a nuove opportunità.

Quali sviluppi per la Cina?

Al momento la Cina rimane una delle principali destinazioni mondiali per i flussi di investimenti diretti esteri, con 334 miliardi di dollari nel 2021, seconda solo agli Stati Uniti, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). La stessa Tesla ha aperto, nel 2019, uno stabilimento in Cina, data l’alta offerta di lavoratori specializzati nel settore delle auto elettriche. Immaginare quindi di cambiare la catena di approvvigionamento in un tempo ristretto è impensabile. E, allo stesso modo, immaginare che la Cina, il centro produttivo del mondo, verrà sostituita con altre destinazioni è ancor meno realistico. “Il Dragone rimarrà un mercato molto significativo, per mancanza di alternative valide e perché sempre più beni made in China saranno richiesti dai consumatori”, spiega Chen.

Rischi e opportunità della ri-globalizzazione

La diversificazione della catena di approvvigionamento avrà diversi effetti. L’esperto di Capital Group individua innanzitutto tre principali rischi nel breve termine:

  • Maggiori spese aziendali e di gestione, che sia di trasporto, di automazione o dovuto all’aumento degli stipendi
  • Costi più alti per i consumatori, oltre all’inflazione bisognerà considerare l’aumento dei costi dovuti alla costruzione di nuovi impianti che si trasferiranno almeno in parte sui prezzi finali
  • Maggior pressione sui margini operativi, dovuto a nuovi costi connessi con la costruzione di catene di approvvigionamento più flessibili. Ciò potrebbe pesare anche sulla valutazione delle imprese. 

“Le aziende con potere di determinazione dei prezzi o economie di scala potranno trarre vantaggio da questo passaggio, ma quelle prive di questi vantaggi potrebbero dover affrontare una pressione sui margini di profitto e multipli di valutazione potenzialmente inferiori”, afferma Kent Chan, direttore degli investimenti azionari di Capital Group.

Tuttavia, aggiunge, nel lungo termine c’è la possibilità che le imprese in grado di diversificare l’approvvigionamento e costruire maggiore sicurezza e resilienza nella loro catena di approvvigionamento potranno essere premiate con una valutazione più alta. Non solo. Potrebbero emergere nuove opportunità nelle regioni in cui la produzione sta arrivando, così come nei paesi in cui la produzione sta deviando verso altre destinazioni.

di Matilde Sperlinga

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Laureata in Scienze Politiche e Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, in We Wealth si occupa di mercati, con un focus su geopolitica e venture capital

Domande frequenti su Deglobalizzazione? No, prepariamoci a una ri-globalizzazione

Quali fattori stanno spingendo le multinazionali a rivedere la loro organizzazione produttiva?

La pandemia da Covid, le crisi delle catene di approvvigionamento e le attuali tensioni geopolitiche stanno inducendo le multinazionali a ripensare le loro strutture produttive. Questo non indica una de-globalizzazione, ma piuttosto l'inizio di una nuova fase di ri-globalizzazione.

Cosa significa per le grandi imprese la necessità di avere varie sedi produttive?

Gli esperti di Capital Group osservano che le grandi imprese si stanno rendendo conto dell'importanza di diversificare le proprie sedi produttive. Questo approccio mira a mitigare i rischi legati a eventi imprevisti e a garantire una maggiore resilienza operativa.

Quali sono le implicazioni della ri-globalizzazione per gli investimenti?

La ri-globalizzazione suggerisce un'evoluzione dei modelli di investimento, con un'enfasi sulla diversificazione geografica delle attività produttive. Questo potrebbe portare a nuove opportunità di investimento in regioni emergenti o a un riequilibrio delle allocazioni di portafoglio.

Come si differenzia la ri-globalizzazione dalla de-globalizzazione secondo l'articolo?

L'articolo chiarisce che non si sta assistendo a una de-globalizzazione, ma a una ri-globalizzazione. Questo implica una ristrutturazione delle reti globali piuttosto che un loro smantellamento, con le imprese che cercano di ottimizzare la loro presenza internazionale.

Quali sviluppi sono previsti per la Cina in questo contesto di ri-globalizzazione?

Sebbene l'articolo menzioni 'Quali sviluppi per la Cina?', il contenuto fornito non specifica questi sviluppi. Tuttavia, la ri-globalizzazione potrebbe implicare una riconsiderazione delle strategie di investimento e produzione che coinvolgono la Cina, data la sua importanza nelle catene di approvvigionamento globali.

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