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Secondo una ricerca di Deloitte, circa il 60% degli operatori di private capital si attende un miglioramento del contesto macroeconomico
Marco Gubitosi, partner di Legance Avvocati Associati: “Il private equity può essere un volano anche per le operazioni di internazionalizzazione”
Operatori di private equity fiduciosi sul futuro
Ma come stanno reagendo, intanto, gli operatori di private capital? Secondo la Private equity confidence survey di Deloitte, realizzata con cadenza semestrale nell’ambito dell’iniziativa Deloitte Private, la crisi non avrebbe fermato il loro supporto alla struttura imprenditoriale tricolore. Anzi. Le loro aspettative mostrerebbero, rispetto al periodo precedente, una decisa inversione. Circa il 60% degli intervistati, infatti, si attende un miglioramento del contesto macroeconomico nei prossimi mesi, contro il 70% di coloro che si attendevano un peggioramento nella precedente edizione dello studio. “Aspettative sicuramente incoraggianti”, spiega Elio Milantoni, head of corporate finance advisory di Deloitte, e che si accompagnano a “un’intensa attività di ricerca di nuove attività d’investimento”.
Finanza alternativa volano dell’internazionalizzazione
Tra l’altro, aggiunge Marco Gubitosi, partner di Legance Avvocati Associati, “il private equity potrebbe essere un volano anche per le operazioni di internazionalizzazione”. Oggi, spiega, l’Unione europea rappresenta più del 50% dell’interscambio tricolore con l’estero. Ma per aprirsi ai mercati fuori confine e competere in campo internazionale “a volte è necessario unirsi ad altre imprese o a investitori di private equity”. E non tutti gli imprenditori coglierebbero di buon grado questa opportunità. “Quanto alle imprese di famiglia, per esempio, a volte non si rendono conto che non tutte le generazioni che si succedono sono all’altezza o hanno voglia di tenere in mano il timone dell’azienda – spiega Francesco Casoli, presidente di Aidaf – Per questo, dobbiamo cercare di cambiare la cultura delle famiglie che stanno dietro queste imprese, iniziando a far comprendere loro che avere un socio all’interno della compagine sociale non è un disonore. Anzi, la partecipazione di un fondo di private equity non deve essere un tabù”.
Sulla stessa linea d’onda anche Anna Tripoli, presidente giovani imprenditori di Confindustria Brescia, secondo la quale “affinché la finanza non convenzionale rappresenti davvero un’opportunità, bisogna superare alcune sfide culturali”. Innanzitutto, valutare il business dell’azienda, indipendentemente dalla proprietà. Ma anche rendere la finanza non convenzionale più “competitiva” sul fronte dei costi rispetto al tradizionale canale bancario e il suo accesso “più snello e operativo”.

