La crisi climatica chiama a rapporto le pmi, pesa l’extra burocrazia

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Le pmi italiane sono responsabili del 60% delle emissioni di Co2, ma rischiano di venir tagliate fuori dal cammino della Penisola per la neutralità climatica. Ecco perché

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A contribuire maggiormente alle emissioni di Co2 sono specialmente i settori più energivori, come produzione di materiali da costruzione (19%), siderurgia (19%), meccanica (16%) e agroalimentare (13%)

Le motivazioni principali che inducono le pmi a intervenire sui propri consumi energetici sono di tipo economico, legate al risparmio sulla spesa. Segue l’attenzione per la sostenibilità ambientale

Solo il 25% fa leva su agevolazioni. Uno degli aspetti su cui si focalizzano anche le principali “denunce”. Il 47% delle pmi, infatti, reclama l’assenza di incentivi specifici per la tipologia di intervento realizzato, ma anche la complessità burocratica

Mentre l’Unione europea pone la transizione ecologica come driver di punta della crescita economica, anche nell’ottica di una ripresa post-covid “green”, le piccole e medie imprese italiane continuano a fare i conti con l’eccesso di burocrazia e la mancanza di strumenti incentivanti dedicati. Che rischiano di tagliarle fuori dal cammino per la neutralità climatica. Un aspetto controproducente per la Penisola se si considera che, secondo uno studio della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna), sono responsabili del 60% delle emissioni di gas serra e consumano energia per oltre 16 milioni di tep (tonnellate equivalenti di petrolio), pari al totale di gas utilizzato per riscaldare tutte le case del territorio.
A contribuire maggiormente alle emissioni di Co2, stando al rapporto, sono specialmente i settori più energivori, come produzione di materiali da costruzione (19%), siderurgia (19%), meccanica (16%) e agroalimentare (13%). Percentuali più basse, invece, riguardano i mezzi di trasporto (1%), legno e prodotti del legno (1%) ed edilizia e costruzioni (2%). Parallelamente, una survey condotta su un campione di 1.087 imprese (l’82% delle quali con meno di dieci addetti e il 33% appartenenti al comparto manifatturiero) rivela che quasi una su due ha messo in campo interventi di miglioramento energetico e installato rinnovabili nella propria struttura negli ultimi tre anni. Un valore che sembra essere abbastanza indipendente dalla classe dimensionale dell’impresa, scivolando dal 46% di quelle con zero addetti al 54% di quelle che contano tra i 20 e i 49 addetti. Diverso è il caso di quelle di grandi dimensioni (più di 50 addetti), per le quali si arriva fino all’82%.
Ma perché decidono di intervenire sui propri consumi energetici? Come si legge nel rapporto, le motivazioni principali sono di tipo economico, legate al risparmio sulla spesa energetica (48%). Segue l’attenzione per la sostenibilità ambientale (41%), il risparmio energetico (26%) e la migliore qualità dell’ambiente di lavoro (21%). Più contenuta la quota di coloro che ritengono che puntare su questi aspetti possa migliorare la propria reputazione o produrre vantaggi di mercato (6%). Certo, c’è anche chi afferma di non usufruire di strumenti per la gestione e il monitoraggio delle performance energetiche, considerati fondamentali “per poter individuare gli interventi più efficaci e decidere di metterli in pratica”, osservano i ricercatori. E per chi invece decide di optare per questi sistemi, si predilige la diagnosi energetica volontaria, soprattutto tra le imprese di piccole dimensioni.

Scarso il ricorso agli incentivi economici

Quanto agli interventi messi in atto, quasi la metà delle intervistate punta sulle fonti rinnovabili: il 29% su impianti fotovoltaici, il 23% su pompe di calore e l’8% su impianti solari termici. Ma senza far uso di agevolazioni: solo il 25% opta per incentivi fiscali o economici. Uno degli aspetti su cui si focalizzano anche le principali “denunce”. Il 47% delle pmi, infatti, reclama l’assenza di incentivi specifici per la tipologia di intervento realizzato, ma anche la complessità burocratica (13%) e la scarsa informazione (8%). Gli strumenti più diffusi per la controparte sono il Conto energia (oggi non più attivo) con il 44%, le detrazioni fiscali con il 31% e il credito d’imposta con il 12%. Tornando al tema “burocrazia”, quando alle pmi si chiede quali aspetti andrebbero migliorati per favorire la realizzazione di interventi di efficientamento energetico e rinnovabili, il 49% indica proprio la semplificazione burocratica, seguita dagli incentivi economici (40%) e dagli strumenti fiscali (39%).

Sulla base delle evidenze, dunque, la Cna ha elaborato alcune proposte per governo e parlamento. In primo luogo, riordinare il sistema degli incentivi “superando la frammentazione e la complessità delle procedure”, si legge in una nota. Ma anche sviluppare strumenti a misura di pmi rafforzando il credito d’imposta green, favorire l’autoproduzione diffusa di piccola taglia, riscrivere la struttura della bolletta energetica e semplificare le procedure autorizzative e il meccanismo d’accesso agli incentivi. “Le piccole e medie imprese caratterizzano il nostro sistema produttivo e sono l’anello fondamentale per la crescita degli investimenti orientati al processo di decarbonizzazione”, spiega Daniele Vaccarino, presidente della Cna, sottolineando come il loro “pieno coinvolgimento” rappresenti una “condizione necessaria e indispensabile per ridurre le emissioni”. “Risparmiare sulle bollette per l’energia, elettrica e termica, con diagnosi energetiche e misure di efficienza e risparmio, consumare energia da fonte rinnovabile autoprodotta o prodotta insieme ad altri, può essere un vantaggio per le piccole imprese”, aggiunge Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “Occorre superare gli ostacoli che incontrano le piccole imprese per accedere a questi vantaggi, verificando le possibilità che già esistono e il loro migliore utilizzo, e aumentandole anche con nuovi finanziamenti”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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