Una chiamata urgente per i banker

MIN

Il 72% dei clienti non ha mai affrontato la tematica previdenziale con il proprio consulente finanziario. Era l’81% un anno fa. Advisor, broker e agenti hanno una responsabilità chiave. È necessario che lavorino per creare maggior consapevolezza, soprattutto tra i giovani

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La quota di aderenti agli
strumenti di previdenza, tra i clienti delle reti di consulenza – oggi al 27% –
cresce più del resto della popolazione ma se andiamo a leggere i dati di
raccolta dei fondi pensione e dei Piani individuali pensionistici di tipo
assicurativo (Pip) vediamo che la percentuale oscilla tra un misero + 2% e +3%.

È noto che gli italiani abbiano
da sempre un rapporto complesso con la previdenza integrativa e complementare,
e questo nono[1]stante sia diffusa la
consapevolezza che la pensione dell’Inps non basterà a mantenere lo stesso
livello di vita nel periodo post-lavorativo. Se da un lato la domanda è debole
non è che l’offerta sia così brillante. Consulenti finanziari, banker, broker e
agenti hanno una responsabilità chiave. Sarebbe utile se lavorassero anche per
creare maggior consapevolezza, soprattutto tra i giovani. Il ruolo dei
professionisti è essenziale per promuovere una maggiore educazione finanziaria
in materia previdenziale: il 72% dei clienti non ha mai affrontato questa
tematica con il proprio consulente finanziario (era l’81% un anno fa).

Il ruolo dei professionisti e in
particolare dei consulenti finanziari è anche fondamentale per guidare i
clienti nella scelta dello strumento corretto di previdenza integrativa:
maggiore è l’orizzonte a disposizione, maggiore dovrebbe essere il profilo di
rischio e rendimento. Dalle ricerche condotte da Finer emergono alcuni dati che
dimostrano un leggero aumento della sensibilità: si è passati dal 75% (di un
anno fa) al 79% degli individui tra i 55 e i 60 che hanno consapevolezza di
queste tematiche, dal 52% al 55% tra i 45 e i 54 anni, dal 28% al 31% per i
30-35enni. Dati che se si spiegano con la spensieratezza e le minori risorse
economiche dei più giovani sono però assolutamente te irrazionali: i 30-35enni,
oltre ad essere i soggetti più toccati dal tema previdenziale, sono anche
quelli che hanno la possibilità di accantonare prima e dunque meglio.

In larga parte è un problema
culturale nostrano. Il 39% degli italiani pensa infatti che la pensione non sia
un problema (era il 42% un anno fa): nel caso in cui dovesse mancare la
liquidità necessaria per sostenersi continuerebbero a lavorare o venderebbero
gli immobili di famiglia. Il 22% (era il 17% un anno fa) invece afferma che nel
caso di risorse diminuite adeguerà di conseguenza il proprio tenore di vita.

Oltre alle barriere culturali vi
sono altri temi, come i costi, la trasparenza e l’accessibilità. Se è vero che
gli italiani hanno più fiducia nella pensione integrativa (66%) che in quella
pubblica (34%), per accedervi, però, cercano un consulente affidabile e
preparato. La fiducia nel consulente finanziario e la sua affidabilità sono
centrali, oltre la metà (52%) degli italiani si dichiara incapace di definire
da solo il Piano pensionistico più adatto alle sue esigenze.

Il ruolo del consulente nel fare
da intermediario culturale è dunque centrale proprio perché tra le barriere vi
è quasi sempre un tema di incomprensibilità e scarsa fiducia nell’offerta. A
ben vedere l’eccesso di liquidità sui conti correnti (2.000 miliardi), la
scarsa propensione ad assicurarsi degli italiani (solo il 10% è adeguatamente
protetto dai rischi basilari come, responsabilità civile, vita e salute) e la
mancata presa in carico del tema della previdenza integrativa sono tutti
fenomeni legati tra di loro. Per sciogliere questa matassa che appare a volte
ingarbugliata occorre un professionista che sappia conquistarsi la fiducia dei
clienti, il resto, temiamo, conti molto poco.

Articolo estratto dal Magazine di We Wealth di giugno 2022

di Contributors We Wealth

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