La speculazione è scritta nel Dna delle banche?

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La speculazione entra nel Dna della banca e ne diventa la componente principale. In tal modo, si crea un’attività parallela, in grado di condizionare i mercati e l’economia reale alterandola. Quali i rischi?

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L’attività speculativa è intrinseca nell’attività di intermediazione finanziaria in titoli, dove si espletano le operazioni per ottenere plusvalenze (tranne che per i titoli meno rischiosi in cui si punta al mantenimento del capitale e al conseguimento di interessi).

Però è una speculazione solo in senso lato, in quanto la plusvalenza può derivare da un investimento finanziario finalizzato o a cogliere le opportunità dei mercati oppure a cercare soluzione straordinarie, in modo da creare le situazioni.

Diversi tipi di speculazione e finanza 

La finanza, nel primo caso, è finanza che investe nell’economia reale, nel secondo è la finanza che investe in se stessa e crea gli investimenti. Nel primo caso la finanza deriva dall’economia reale, nel secondo da se stessa.

Nel primo caso la speculazione non è tale bensì ricerca di utili come in una qualsiasi attività economica, nel secondo è tale, in quanto frutto di un’attività di finanza pura, vale a dire di ricerca di utili da se stessa.

È la finanza che crea le situazioni da utili e così offre ai risparmiatori un’attività finanziaria di creazione autonoma di rischi e di investimenti.

Conseguentemente, con la speculazione, la finanza non aiuta più gli investitori a effettuare le scelte più corrette, ma è la fonte esse stessa di occasioni.

La speculazione è così un’operatività non basata sull’economia reale e così finanziaria e di rischio puro. 

Con la speculazione, la finanza diventa attività non più di intermediazione tra l’economia reale e il risparmio, ma produttiva e industriale, vale a dire di creazione e di elaborazione e gestione di investimenti completamente autonoma rispetto a quello che offre l’economia reale. Nei confronti dell’economia reale la speculazione compie un duplice passo, prima di affiancamento e poi di direzione e indirizzo. 

La speculazione delle banche: i nodi da superare

Per inciso, la speculazione delle banche non è più un qualcosa di episodico, come si continua a pensare, rappresenta un’intera operatività, imprenditoriale e produttiva, con la conseguenza, indefettibile, che il rischio non è a carico solo di incaute controparti, ma è un elevamento del rischio complessivo a carico del sistema. Non è più frutto di individui spregiudicati e spesso malvagi, ma è uno dei “core business” della banca, anzi il principale, che domina a bacchetta gli altri. La speculazione entra nel Dna della banca e ne diventa la componente principale.

In tal modo, si crea un’attività parallela, in grado di condizionare i mercati e l’economia reale alterandola. Ed è anche insuscettibile di controllo in quanto è autonoma da ogni elemento. Ma con la connessione con la moneta si impone alla politica economica.

I “ratios” tipici della vigilanza bancaria, che l’hanno sempre contraddistinta, sono del tutto irrilevanti.
La speculazione delle banche è un qualcosa di nuovo, in quanto con esso le banche creano un’economia alternativa che modifica dall’interno il modello capitalistico, creando il “capitale finanziario”.
L’intervento pubblico per controllare e monitorare il fenomeno è – nonostante quel che pensava Rudolf Hilferding, grande economista e politico austriaco marxista, poi passato in Germania – illusorio, proprio in quanto è esso, che, autonomo qual è, controlla e domina, e non viceversa. 

Il vero nodo è quello di vietare la speculazione non episodica e rilevante, non per tornare indietro verso la banca tradizionale, ma per fondare una finanza pura produttiva non speculativa.

L’alternativa all’interno della finanza può nascere dall’introduzione di elementi di finanza creativa basata su elementi dell’economia reale, sulla loro selezione ed elaborazione compiuta.
In tal modo, la finanza assolve al ruolo di reale determinazione degli investimenti, anche industriali, mantenendosi al livello attuale, vale a dire non più come intermediazione ma quale industria, con reazione peraltro di valore aggiunto, industriale e non più solo finanziario. 

Come ciò sia possibile – e anzi necessario – si vedrà in un lavoro a parte, “ex professo”. Al momento, è sufficiente far emergere che la finanza produttiva industriale non è nient’altro che la compiuta realizzazione del ruolo attuale della finanza stessa, depurato degli elementi negativi, i quali ultimi ora hanno preso il predominio ed hanno inquinato l’intera economia e l’intera società. 

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di Francesco Bochicchio

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Laureato in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Roma, dal 2010 è professore a contratto di diritto degli Intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia dell’Università di Parma. Da maggio 2000 svolge la professione di avvocato a Milano ed è fondatore dello studio
legale Bochicchio&Partners, con un’ampia specializzazione che contempla, tra gli alti, il settore bancario, finanziario e dell’intermediazione mobiliare, i profili societari e giuslavoristici, contemplando anche i profili penalistici del diritto dei mercati finanziari e del diritto societario.

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