Giorgetti dimezzato? Perché servirebbe un Ministero delle Finanze

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Per molti, spacchettare il Mef e ricreare un ministero delle Finanze può sembrare un ritorno al passato, ma sarebbe la via maestra per restituire una necessaria dimensione politica all’area tributaria

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L’accorpamento dei ministeri del Tesoro, del Bilancio e delle Finanze – a mio modesto avviso – è stato un grave errore, di cui continuiamo a pagare le conseguenze.

I ministeri del Tesoro, del Bilancio e delle Finanze 

Sia chiaro, Tesoro e Bilancio erano due dicasteri con limitato personale, e la loro fusione ha ben risposto a esigenze di logica e semplificazione.
Tutt’altro discorso per il ministero delle Finanze: si parla di decine di migliaia di dipendenti, di un’organizzazione articolata e complessa, che comprende militari e civili che presidiano tutto il territorio dello Stato e che richiede una guida solida e autorevole radicata a Roma, che non può limitarsi a essere rappresentata dai vertici della burocrazia.

Burocrazia (Agenzia delle entrate) cui, è bene sottolinearlo, va riconosciuto il merito di essere tra gli apparati dell’amministrazione pubblica meglio organizzati ed efficienti di cui lo Stato dispone; ciononostante, manca a mio avviso un ministro delle Finanze che elabori una politica fiscale (condivisibile o meno) all’interno del Consiglio dei ministri, che la attui attraverso norme stese in collaborazione con un Parlamento restituito alla sua preminente funzione di legislatore fiscale, che guidi e tuteli la sua amministrazione e che comunichi in modo “moderno” (quindi, schietto, rispettoso e non demagogico) con il popolo dei contribuenti.

Cos’è successo alla riforma fiscale del governo Draghi?

La riforma fiscale del governo Draghi, che non ha mai visto la luce (e che ha avuto una gestazione molto difficile), risentiva pesantemente di tale assenza: seppure da valutare alla prova dei testi definitivi (dei decreti delegati di emanazione governativa), già in sede di disegno di legge delega (mai approvata) questa riforma non pareva ispirata ad alcuna reale politica redistributiva, limitandosi essenzialmente a una manutenzione dell’esistente (semmai appiattita su una sorta di retorica che si ripete da anni: un fisco più equo, più semplice, più trasparente, etc.).

Il ruolo della Politica fiscale 

La Politica fiscale (la maiuscola è voluta) è in realtà un compito molto pesante, delicato e quotidiano, che non può essere svolto adeguatamente da un ministro dell’Economia – che spesso nutre (ma è solo un’impressione personale) una certa avversione per le tematiche fiscali (troppo minuziosamente tecniche) – o da un sottosegretario che, per quanto valente, non ha un rango all’altezza del compito stesso. 

Le mie considerazioni nascono da poche righe fugacemente comparse qualche settimana fa sul Sole 24-Ore, dove si ipotizzava uno spacchettamento del Mef in occasione della formazione del prossimo governo, e che non hanno avuto eco adeguata; il governo ora è fatto, e lo spacchettamento del Mef, come noto, non c’è stato: secondo me si è persa un’occasione per fare un salto in avanti nella gestione delle pubbliche finanze.


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di Aldo Bisioli

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Laureato in Economia aziendale con il massimo dei voti presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, dal 1997 svolge l’attività presso lo studio Biscozzi Nobili, in qualità di socio dal 2003. È iscritto all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano dal 1992. Revisore contabile dal 1999, ora Revisore Legale. Specializzato in fiscalità d’impresa.

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