Sfdr: ecco la mappa dei fondi “esplicitamente” sostenibili

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Quanti sono, in Italia, i fondi che promuovono fattori ambientali e sociali ai sensi dell’art. 8 dell’Sfdr? E quanti quelli che dichiarano un esplicito obiettivo di investimento sostenibile (art. 9)? A rivelarlo è l’ufficio studi di EticaNews

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Il 66% dei fondi presenti nell’Atlante Sri promuovono fattori ambientali e sociali ai sensi dell’art. 8, mentre il 28% dichiara un esplicito obiettivo di investimento sostenibile (art. 9). Il 2% può essere classificato come articolo 6

Quanto alla categoria di appartenenza, il 71% dei fondi sri azionari risponde all’art. 8, il 24% all’art. 9 e il 3% all’art. 6. Per i fondi obbligazionari che investono in green bond si parla dell’88% per l’art. 9 e del 13% per l’articolo 8

Il Forum per la finanza sostenibile ha approfondito le implicazioni della Tassonomia europea delle attività eco-compatibili e delle altre normative sulla finanza sostenibile (tra cui l’Sfdr) per gli operatori finanziari

A distanza di sei mesi dall’entrata in vigore della Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr), la nuova normativa europea sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, l’industria del risparmio gestito è stata travolta da prodotti più o meno “green”. Come ricordato in un recente approfondimento sul tema, è opinione condivisa tra gli operatori che l’articolo 9 abbracci quei prodotti finanziari che hanno un esplicito obiettivo sostenibile, mentre l’articolo 8 quelli che promuovono, tra le altre caratteristiche, fattori ambientali e sociali attraverso l’integrazione dei parametri Esg (Environmental, social e governance) nell’analisi finanziaria tradizionale. Ma quanti sono, in Italia, quelli che rispondono alla prima o alla seconda classificazione? E a quale categoria appartengono? Sono azionari? Obbligazionari? A disegnare una mappa dei fondi Sfdr è l’ufficio studi di EticaNews, che ha analizzato i prodotti sostenibili contenuti nell’Atlante Sri, tenendo traccia di quanto dichiarato dagli asset manager all’interno dei siti web o nelle documentazioni societarie.
Il 66% dei fondi presenti nell’Atlante Sri promuovono fattori ambientali e sociali ai sensi dell’art. 8, mentre il 28% dichiara un esplicito obiettivo di investimento sostenibile (art. 9). Il 2% invece può essere classificato come articolo 6 (nel quale rientrano quei prodotti che non possono essere promossi come sostenibili o che, in alternativa, si limitano a integrare i rischi di sostenibilità nel processo d’investimento, ndr) a fronte di un 4% che resta da mappare. Quanto alla categoria di appartenenza, il 71% dei fondi sri azionari risponde all’art. 8, il 24% all’art. 9 e il 3% all’art. 6. Per i fondi sri bilanciati e flessibili si parla rispettivamente del 78, 12 e 9%, per i fondi sri obbligazionari corporate del 72, 24 e 1%, per i fondi sri obbligazionari governativi del 71, 26 e 3% e per i fondi sri tematici del 38, 57 e 4%. Chiudono il cerchio i fondi obbligazionari che investono in green bond, che al contrario rispondono per l’88% all’art. 9 e per il 13% all’articolo 8. Infine, il 39% del patrimonio in gestione (che a fine giugno si avvicinava ai 308 miliardi di euro, un dato che include il patrimonio estero dei prodotti analizzati) riguarda l’art. 9 mentre il 60% l’art. 8. L’1% rimanente si divide tra art. 6 e fondi non ancora classificati.
Fonte: elaborazione EticaNews su database atlante.Sri (dati a luglio 2021)
Un recente paper del Forum per la finanza sostenibile ha inoltre approfondito le implicazioni della Tassonomia europea delle attività eco-compatibili e delle altre normative sulla finanza sostenibile (la Direttiva sulla rendicontazione non finanziaria e la proposta per un suo aggiornamento da un lato e l’Sfdr dall’altro) per gli operatori finanziari. Mettendo in luce opportunità ma anche nodi da sciogliere. Come evidenzia il segretario generale Francesco Bicciato, la tassonomia europea rappresenta infatti “un valido strumento per la classificazione degli investimenti sostenibili all’insegna di una maggiore trasparenza e disclosure” ma “potrà dispiegare le sue potenzialità positive se terrà in considerazione i vincoli e aumenterà le opportunità della finanza sostenibile”.

Attraverso la tassonomia, si legge nel paper, gli investitori potranno analizzare le aziende considerando il loro impatto ambientale e i progetti di decarbonizzazione. Inoltre, la maggiore disponibilità delle informazioni faciliterà le auto-valutazioni degli imprenditori rispetto ai propri rischi e impatti climatici e il dialogo degli investitori con le società investite. Ma l’efficacia delle normative europee sulla trasparenza “dipende dalla disponibilità di dati affidabili e comparabili in tempi coerenti con l’entrata in vigore dei requisiti previsti dalla tassonomia”, spiegano ricercatori. “Al tempo stesso, la rendicontazione delle imprese deve essere effettuata secondo standard comuni e, in caso di utilizzo di stime e dati forniti da data provider, occorre trasparenza sulle metodologie di calcolo per contrastare il rischio di greenwashing”, concludono.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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