Intervista a una rockstar: Micheal Stipe vola alto (e non si perde)

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È in corso alla Fondazione ICA di Milano la mostra personale di Michael Stipe, “I have lost and I have been lost but for now I’m flying high”, lavoro pensato appositamente per gli spazi dell’istituzione meneghina, scaturito da una riflessione sul concetto di vulnerabilità e dai versi di una poesia scritta quasi cento anni addietro. Ne abbiamo parlato con l’artista, già leader dei R.E.M.

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Michael Stipe: la rockstar nel post industriale milanese

Vulnerabilità: il tuo nome è forza. Potrebbe essere l’altro titolo della mostra personale di Michael Stipe (1960, Usa) in corso dal 12 dicembre 2023 e fino al 16 marzo 2024 alla Fondazione ICA Milano. L’ex leader dei R.E.M. (la band è stata attiva fino al 2011), da sempre anche artista visivo, è protagonista negli spazi in zona Fondazione Prada con l’esposizione I have lost and I have been lost but for now I’m flying high (Ho perso e mi sono perso, ma per ora volo alto). Un lavoro pensato appositamente per quel luogo post industriale, fortemente voluto dal curatore e direttore di ICA Alberto Salvadori. «È stato Alberto a cercare me, facendomi visita nel mio studio di New York, dicendomi che mi avrebbe voluto fra gli artisti legati all’immagine della fondazione», ci rivela lo stesso Michael Stipe in un giorno milanese di dicembre. 

“Buono” non è abbastanza

«Non ho potuto che accettare la sua proposta, per me è stato un onore». La vulnerabilità (con il tema della perdita) è il cuore di tutto il progetto che ha preso vita dalla scintilla della poesia Desiderata (1927) di Max Ehrmann, nenia motivazionale ante litteram con al centro l’essere umano “figlio dell’universo”. «In quel momento la richiesta di Alberto mi rese molto vulnerabile: sentivo addosso tutta la pressione del lavoro da svolgere, del rischio di deludere gli altri. Fare un “buon” lavoro non sarebbe stato abbastanza: doveva essere eccellente». Gli chiediamo se si sente più vulnerabile quando fotografa o quando scrive. «Quando scrivo. Scrivere è un atto di audacia. Devi guardarti indietro e decidere se mettere o meno nel mondo ciò che vedi. La vulnerabilità nasce dalla decisione di rivelare se stessi, dalla decisione di mettersi – in questo caso – sui muri di una istituzione milanese».

Tutte le foto sono cortesia di ICA Milano

A che ora è la fine del mondo

Le opere esposte da ICA sono 120, di varia natura: gessi, sculture, vasi, ritratti fotografici, opere multimediali, fra cui figurano Desiderata2027 e Desiderata Teleprompte, con la voce recitante dello stesso artista. Come mai la scelta di questa poesia? «Era una delle mie preferite da adolescente. A fine anni ’90, inizio nuovo millennio – periodo in cui il cinismo capitalista raggiunge nuove vette – questi versi diventano un orrendo mantra motivazionale per i colletti bianchi. Il riflesso della miseria di quel mondo. A quasi un secolo da quel componimento è importante riappropriarsene nel modo più autentico; trovo che abbiamo bisogno più che mai del consiglio di chi è vissuto 100 anni prima di noi, perché il momento storico in cui stiamo entrando è molto difficile, complesso, scuro». 

Michael Stipe da ICA: fra una sedia di plastica e l’infinito

Quanto e cosa ritiene di aver perso fino a oggi? «Troppo per poterlo elencare. La perdita fa parte della vita. Eppure come esseri umani facciamo fatica ad accettarla, così come il cambiamento. Ma quando si perdono delle cose, se ne guadagnano delle altre». Il piano terra di ICA è allestito con opere che sono un chiaro riferimento a Brancusi, come ci conferma lo stesso Stipe, «un omaggio alla sua Musa dormiente»: un tappeto di testoline bianche di gesso (121 plaster heads) dalle quali si ergono tre colonne di sedie di plastica (A cast of the space under my cheap plastic chair endless column), con un omaggio a Marisa Merz, «la mia artista italiana preferita, con Vito Acconci e Leonardo da Vinci». 

Sulle colonne di sedie in plastica: «La sedia in quanto tale è un bellissimo oggetto: sotto di sé tiene il cosiddetto “spazio negativo”. A Cast of the Space Under my Chair – la forma dello spazio sotto la mia sedia è in realtà il titolo di un’opera di Bruce Nauman di metà anni ’60, di grande ispirazione per me. Ma credo che Nauman si sia ispirato a sua volta a Brancusi e alla sua Colonna infinita». La moltitudine di mezzi espressivi utilizzati non impedisce a Stipe di sceglierne uno: «La fotografia. In particolare mi interessa come mezzo per ritrarre volti e persone, all’epoca in cui chiunque può scattare fotografie, chiunque guarda immagini per tutto il tempo». 

Il cut-up, l’ordine, la confusione

Al tempo dei R.E.M., Michael Stipe scriveva i testi delle loro canzoni privilegiando il cut-up, artificio letterario consistente nel tagliare fisicamente un testo, lasciandone intatte parole o frasi per poi mischiarle e ricomporle per dar vita a un nuovo componimento. Cosa è rimasto di quella tecnica? «È rimasto parecchio, specie nella disposizione delle mie foto nel libro (che accompagna la mostra, ndr). Non sono né organizzato né metodico». Pensa che a volte le parole possano fotografare meglio delle fotografie? «Si, assolutamente. Le parole possono essere estremamente potenti, sia in senso positivo che negativo».

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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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