M&A e tecnologia: le leve delle banche per competere

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Il bilancio di Morningstar sul sistema bancario italiano ai tempi del covid-19: gli scenari attuali e le prospettive future. Quali le leve per competere? La view di Nicola De Caro, senior vice president di Dbrs Morningstar, in occasione della Mic

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Tra le banche, si nota un maggiore interesse nell’esplorare operazioni di integrazioni, fusioni e acquisizioni

Queste operazioni sembrano coinvolgere i Paesi caratterizzati da un maggiore livello di frammentazione

La tecnologia ha un duplice impatto: rappresenta una minaccia, ma può essere anche un’opportunità

Aumento dei non performing loan, crescita dei costi e maggiori difficoltà nel generare ricavi. I tremendi effetti del covid-19 sui bilanci delle banche italiane sono già visibili e lo saranno ancora di più nei prossimi mesi, quando la necessità di una maggiore patrimonializzazione sarà ancora più forte. La pandemia non concede sconti e attacca con forza i bilanci degli istituti bancari, meno pronti alla sfida competitiva futura.
Quali le leve per crescere? “Operazioni di fusione e l’individuazione di nuove operazioni di riduzione dei costi”. A rispondere è Nicola De Caro, senior vice president, Dbrs Morningstar, che insieme a Davide Pelusi, ceo Emea South, Morningstar, ha tracciato il bilancio del sistema bancario italiano ai tempi del covid-19, illustrando gli scenari attuali e le prospettive future, durante la settima edizione della Morningstar investment Conference (Mic).
La prima leva delle banche: la crescita per linee esterne
“Un aspetto che andremo a valutare nei prossimi mesi, e che avrà un impatto sulle future valutazioni del rating, riguarda la capacità e le azioni a disposizione delle banche per far fronte al processo in atto di pressione sui ricavi e sul costo del rischio.

Da questo punto di vista, è interessante notare due aspetti: uno più straordinario e l’altro più ordinario. Dal punto di vista straordinario si nota un maggiore interesse da parte delle banche nell’esplorare operazioni di integrazione, o comunque fusioni e acquisizioni; questo non è un tema nuovo, soprattutto nel caso specifico degli istituti italiani, ma abbiamo visto negli ultimi mesi una crescita dell’interesse. Queste operazioni avrebbero l’obiettivo di creare delle banche inizialmente più rilevanti, più strutturate, più organizzate e maggiormente diversificate, in grado di gestire dei momenti di crisi e difficoltà, come il periodo attuale – spiega  De Caro – Queste operazioni di fusione presuppongono anche la generazione di sinergie, sia sotto il tema dei ricavi, che – soprattutto – sotto il profilo dei costi.

Tuttavia bisogna anche tenere presente che queste operazioni spesso hanno un significativo rischio esecutivo soprattutto in un momento, come quello attuale, caratterizzato da un elevato livello di incertezza. La sensazione è che queste operazioni di integrazione abbiano più carattere domestico, cioè siano operazioni di consolidamento nazionale. Abbiamo visto per esempio il caso, in Italia, dell’acquisizione di Ubi Banca da parte Intesa Sanpaolo; abbiamo un’operazione in corso di svolgimento in Spagna tra Bankia  e Caixa. In generale, le operazioni sembrano coinvolgere i Paesi caratterizzati da un maggiore livello di frammentazione. Al momento, operazioni transfrontaliere, quindi le cosiddette operazioni crossborder, sembrano essere un po’ più difficoltose e i motivi delle difficoltà stanno proprio nel progetto di Unione Bancaria, che per certi versi rimane incompiuto: non abbiamo, infatti, né un sistema comune di depositi, nè un mercato comune dei capitali, quindi l’aspettativa – da questo punto di vista – è che ci siano più operazioni di fusioni domestiche”.

La seconda leva delle banche: la capacità e l’opportunità di individuare nuove operazioni di riduzione dei costi
“Merita poi segnalare, già durante tutto il periodo di lockdown, l’importanza dell’uso delle tecnologie – prosegue De Caro –  È stato incredibile vedere la risposta degli istituti, durante il periodo di stress, nella capacità da un lato di mantenere i presidi di offerte di servizi alla clientela, ma dall’altro lato anche la capacità di gestire tutti i processi interni, comprese le risorse umane, che nel giro di pochi giorni sono passate da una modalità operativa ordinaria (cioè di presenza fisica in ufficio e in filiale), a una modalità in remoto al 100%.  Queste sono state esperienze positive, che per certi versi sono andate anche al di là delle più rosee aspettative delle banche stesse. Quindi da questo punto di vista, la sensazione è che la tecnologia e l’esperienza capitalizzata durante il periodo covid, durante il periodo lockdown, agiranno da detonatori e propulsori per gli istituto nel tentativo di individuare nuove o ulteriori opportunità di riduzione dei costi”.
Come affrontano le banche l’impatto della tecnologia?
“Sicuramente la tecnologia non ha risparmiato il settore bancario. Ciò che è accaduto nel corso degli ultimi 10 anni è a dir poco straordinario, rivoluzionario e per certi versi irreversibile se si guarda alla crescita e all’avanzata dei giganti della tecnologia nel mondo dei servizi finanziari.

Sicuramente, i grandi giganti della tecnologia hanno due vantaggi: il vantaggio dell’enorme mole di dati a loro disposizione e, soprattutto, la velocità nel processare questa enorme mole di dati per individuare, per esempio, nuovi servizi o per fornire una risposta o un servizio in tempi immediati.

Dall’altro lato abbiamo comunque le banche che, nonostante la pressione competitiva, mantengono dei loro vantaggi. Sicuramente uno dei punti di forza è il patrimonio di relazioni, soprattutto per determinati prodotti e servizi, quelli ad alto valore aggiunto. È difficile, infatti, immaginare questo tipo di relazione al di fuori di un intermediario bancario di tipo tradizionale, come una banca, un’assicurazione. Quindi è importante l’aspetto relazionale con determinati tipi di clientela. Poi c’è un altro aspetto molto importante da tenere in considerazione: il sistema bancario è un sistema tipicamente molto regolato e questo spesso costituisce una barriera significativa al mondo delle fintech che per loro natura sono più destrutturate e deregolate. L’effetto di questa espansione è abbastanza significativa anche perché le tecnologie hanno trovato un terreno fertile soprattutto sulle nuove generazioni.

Tuttavia è difficile immaginare in un futuro a breve che l’espansione della tecnologia produca una desertificazione del sistema bancario, creando il cosiddetto Kodak effect al tappeto, proprio perché la tecnologia ha un duplice impatto: rappresenta una minaccia, ma può anche rappresentare un’opportunità. La tecnologia è, infatti, una minaccia per quelle banche e quelle realtà finanziarie che non hanno la capacità di rinnovarsi, quindi è chiaro che da questo punto di vista la tecnologia non farà altro che accelerare in maniera irreversibile un processo di selezione naturale che porterà anche all’esclusione dal mercato di queste realtà o alla loro esclusione da determinate aree di business. Ma per banche più strutturate può essere un’opportunità”, prosegue De Caro, che poi conclude dicendo: “Per questo tipo di operatori bancari, secondo me, ha la tecnologia è uno stimolo per modernizzarsi e per rinnovarsi. Ma non è tutto: gli operatori che sopravviveranno nel mercato, per competere con successo, dovranno diventare agili, quindi per questo tipo di banche la competizione con il mondo tecnologico delle tecnologie in generale potrà svolgersi più che altro fotto forma di collaborazioni”.


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di Stefania Pescarmona

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Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Giornalista professionista, è laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Torino. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor

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