Dopo le minacce di citazione in giudizio da parte di Tiffany e la «lettera» del ministro francese per gli Affari esteri, quello che sembrava ormai un matrimonio impossibile si è celebrato. E Vuitton ha spuntato un prezzo inferiore a quello iniziale
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E vissero tutti felici e contenti. Alla fine gli azionisti di Tiffany hanno dato il via libera alla fusione con il gruppo Louis Vuitton-Moet Hennessy. Si sono così potute celebrare le nozze fra i due iconici marchi del lusso internazionale. Dopo un inizio roseo (eccezion fatta per la ritrosia di rito dell’acquisita), era sembrato che l’inglobamento della gioielleria americana in Lvmh dovesse interrompersi a suon di carte bollate.
Ma alla fine il colosso globale della moda e dello champagne l’ha spuntata. Acquisirà infatti Tiffany a 131,5 dollari per azione: meno dei 135 dollari inizialmente pattuiti. Sulla nuova proposta hanno gravato le generali condizioni di mercato. In tal modo, l’operazione valorizza il marchio statunitense celebrato dal cinema e dalla letteratura a 15,96 miliardi di dollari.
I mesi successivi al primo lockdown avevano fatto dire al patron Bernard Arnault che il suo gruppo «stanti così le cose» non era più in grado di completare l’acquisizione di Tiffany.
Vuitton aveva fatto sapere alla stampa che la catena statunitense aveva domandato il differimento del closing dell’operazione al 31 dicembre dal 24 novembre inizialmente previsto. Invece il consiglio di amministrazione della società aveva deciso di tener fede ai termini originali dell’accordo. Perciò il colosso francese aveva dichiarato di non essere nella posizione per chiudere l’acquisizione, citando anche una lettera del ministro francese per l’Europa e gli Affari Esteri. La lettera richiedeva un posticipo dell’operazione di incorporazione della società americana oltre il 6 gennaio 2021. Tiffany era sul piede di guerra, ma poi le parti hanno rinegoziato l’accordo e il lieto fine è arrivato.
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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione
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