Investimenti: meglio la gestione attiva o passiva?

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La gestione passiva è utilizzata da chi compra strumenti e titoli che replicano nel modo più fedele possibile un benchmark. Fare meglio dell’indice di riferimento, invece, è l’obiettivo della gestione attiva. E l’approccio migliore è…

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Negli investimenti “attivo” e “passivo” sono due aggettivi che non esprimono un giudizio di valore ma due strategie diverse

La gestione attiva può portare a una remunerazione maggiore dell’investimento, anche se è difficile individuare un gestore che sia davvero capace di ottenerla

Nella pratica, gestione attiva e passiva possono essere combinate per costruire un portafoglio efficiente diversificato, a condizione di sapere bene come farlo

Se nella vita di tutti i giorni il termine “attivo” ha una connotazione positiva, mentre “passivo” fa pensare a una certa pigrizia, negli investimenti, questi due aggettivi non esprimono un giudizio di valore ma due strategie diverse

Che cos’è la gestione passiva

La gestione passiva, infatti, è utilizzata da chi compra strumenti e titoli che replicano nel modo più fedele possibile un benchmark, cioè l’indice di un mercato di riferimento. In questo caso gli strumenti più diffusi e utilizzati sono gli Exchange  traded funds (Etf). In pratica, se il mercato sale del 10% anche l’Etf punta a crescere in egual misura, così come se il mercato scende del 10%, l’Etf lo segue pedissequamente. In altre parole, è un po’ come attivare il pilota automatico. La gestione passiva poggia sulla teoria del mercato efficiente, per cui non può essere sistematicamente battuto nel lungo periodo. Meglio quindi replicare l’indice e non provare a superarlo dato che ciò comporterebbe solo il pagamento di maggiori costi di transazione. 

Che cos’è la gestione attiva

Fare meglio dell’indice di riferimento, invece, è l’obiettivo della gestione attiva: il gestore seleziona gli asset per provare a ottenere un rendimento maggiore di un indice o di un mercato. E, così facendo, costruirà un portafoglio, vendendo e acquistando titoli sulla base delle sue aspettative e analisi. Per riuscirci, però, dovrà selezionare le azioni da inserire in portafoglio (stock picking), individuando anche il momento di ingresso migliore (market timing). 

Una questione anche di costi

Balza subito all’occhio (e al portafoglio) che nei fondi a gestione passiva non viene eseguita un’analisi né una selezione dei titoli: la scelta si limita a riprodurre fedelmente gli indici che si vogliono replicare. Per questo i costi di ricerca e gestione sono bassi e possono essere ancor più compressi con l’aiuto della tecnologia. La gestione attiva, al contrario, si basa su analisi approfondite, ricerche e operazioni che puntano a limitare i rischi. E per decidere quali sono gli asset capaci di battere il mercato, la gestione attiva ha bisogno di più risorse di quella passiva. 

I vantaggi della gestione attiva

Allora perché ricorrere alla gestione attiva? Perché potenzialmente può portare a una remunerazione maggiore dell’investimento, anche se è difficile individuare un gestore che sia davvero capace di ottenerla. Stabilire la sua bravura non è un compito facile: brevi periodi di performance positive o negative possono non essere sufficienti per giudicare la sua operatività perché anche le condizioni di mercato influenzano molto i risultati. Per questo motivo, è meglio valutare un professionista su un arco temporale di almeno 5 anni. Ma la gestione attiva ha anche altri vantaggi. Soprattutto in un periodo molto complesso come quello che stiamo vivendo, un portafoglio su misura può essere più reattivo ai cambiamenti. Inoltre, la replica del mercato tipica della gestione passiva tende a favorire le società a elevata capitalizzazione, tendenza che provoca almeno due distorsioni. La prima è che le società più piccole – che non fanno parte del benchmark – avranno più difficoltà nella raccolta di capitale. La seconda è che la concentrazione verso un numero limitato di aziende esclude dalla gestione passiva le opportunità che si possono trovare in aziende minori non incluse nei principali indici globali. 

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Quindi meglio la gestione attiva o passiva?

In realtà, gestione attiva e passiva sono complementari. Senza i gestori attivi, il mercato non sarebbe in grado di portare avanti una delle sue funzioni essenziali: tutti comprerebbero i titoli presenti nell’indice con le stesse proporzioni e il mercato non sarebbe più in grado di fare selezione. E così le aziende che vanno bene non sarebbero premiate dagli acquisti mentre quelle che vanno male non sarebbero punite dalle vendite. Se l’orizzonte temporale di investimento è il “lunghissimo” termine (15-20 anni), i fondi a gestione passiva permettono di beneficiare del rialzo dei mercati in maniera ottimale. Se l’orizzonte temporale è più limitato (5-10 anni), l’investimento in fondi attivi può consentire di sfruttare, grazie all’abilità del gestore, alcune fasi di mercato per sovraperformare. Per questo gestione attiva e passiva possono essere combinate per costruire un portafoglio diversificato. Perché, senza la gestione attiva, nel mercato si creerebbe un’emorragia di partecipanti, dal momento che tutti sarebbero impegnati a replicare al millimetro il benchmark. Allo stesso modo, senza la gestione passiva il numero di gestori attivi sarebbe troppo elevato e si finirebbe per avere solamente professionisti che provano a battere la performance del benchmark.


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di Maria Ferrari

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