Indici di mercato, ecco perchè gli asset manager li strapagano

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I costi sostenuti dagli asset manager per accedere agli indici di mercato sono molto variabili e opachi. Ecco perché alcune società pagano fino a 13 volte di più

I provider di indici di mercato, quali Msci e S&P Global, costano, e non poco. Soprattutto per le società di asset management che, stando ad una ricerca di Substantive Research, pagano 13 volte di più rispetto ad altri clienti a parità di servizi e prodotti offerti. Il che in un’ultima analisi significa costi più elevati per gli investitori. 

La ricerca, condotta dalla società di consulenza e ripresa dal Financial Times, ha rivelato che i prezzi delle licenze di indicizzazione per pacchetti simili di prodotti e servizi variavano fino a 13 volte. La ricerca si è basata sui dati di 40 gestori di investimenti, in prevalenza europei di cui il 30% hedge fund, che gestiscono un patrimonio complessivo di 5 miliardi di dollari. “I costi delle licenze di indicizzazione possono variare notevolmente a seconda dei termini del contratto. I fornitori di indici effettuano anche sovvenzioni incrociate tra le loro gamme, per cui un utente potrebbe ottenere uno sconto se acquista un altro prodotto o servizio. Ma anche l’applicazione degli sconti sembra essere incoerente, il che rende difficile per gli utenti sapere “quanto sto facendo bene?” rispetto ai miei colleghi” ha dichiarato Mike Carrodus, amministratore delegato di Substantive Research al Financial Times.

Alan Miller, chief investment officer del gestore patrimoniale londinese SCM Direct, specializzato nella costruzione di portafogli indicizzati, evita di utilizzare indici popolari, come il FTSE 100, come benchmark. “Non vogliamo essere tartassati con tasse di licenza per l’utilizzo di marchi di indici, come il FTSE, quindi cerchiamo alternative per ridurre i costi per i nostri clienti”, ha dichiarato Miller al Ft. Secondo la società di consulenza Burton-Taylor, i ricavi dei fornitori di indici a livello mondiale hanno raggiunto la cifra record di 5 miliardi di dollari nel 2021, con un aumento del 23% rispetto all’anno precedente.

 

Substantive Research ha inoltre rilevato variazioni significative nei costi dei prezzi di mercato e dei dati di riferimento, per i quali alcuni istituti pagano fino a 10 volte di più rispetto ai loro colleghi, dove per dati di riferimento si intendono gli identificatori univoci di titoli, derivati, dividendi, cedole obbligazionarie e delle molteplici controparti che partecipano ai milioni di transazioni che vengono completate ogni giorno sui mercati finanziari di tutto il mondo. Substantive ha anche riscontrato differenze minori ma significative nei dati di rating del credito, ampiamente utilizzati per valutare gli emittenti di debito, con alcuni istituti che pagano tre volte di più rispetto ai colleghi. S&P Global, Moody’s e Fitch dominano il mercato dei rating del credito.

 

Intanto in Inghilterra le autorità di regolamentazione hanno intensificato il controllo sui fornitori di indici. La Financial Conduct Authority del Regno Unito pubblicherà presto i risultati di un’indagine sugli “accordi di licenza inutilmente complessi” e sulle barriere al passaggio da un benchmark all’altro che potrebbero comportare un aumento dei prezzi per gli utenti. La ricerca include i rating e i benchmark in un unico studio che ha richiesto il feedback di una serie di partecipanti, tra cui gestori patrimoniali, fornitori di pensioni e piattaforme di trading.

di Lorenzo Magnani

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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