Guerra e mercati emergenti: attivo batte passivo

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La maggiore flessibilità ha permesso ai fondi attivi di reggere meglio all’urto della guerra sui mercati emergenti

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Institutional Investor, sito di informazione economico finanziaria, ha osservato come sui mercati emergenti dall’inizio della guerra i fondi attivi abbiano perso di meno dei fondi passivi

L’esposizione media alla Russia dei fondi investiti nei mercati emergenti gestiti attivamente è scesa drasticamente dal 3,19% di gennaio allo 0,8% di fine febbraio, per arrivare allo 0,05% in marzo

Dal giorno in cui le truppe russe hanno attraversato il confine ucraino i fondi attivi in media hanno perso il 12,5%, contro il -13,1% registrato dall’indice MSCI EM

Non è tutto passivo ciò che luccica. Nel mentre la guerra si abbatteva (anche) sui mercati finanziari, portando i listini azionari in profondo rosso, la gestione attiva si rivelava una buona alleata di portafoglio per gli investitori. O perlomeno un’alleata migliore della gestione passiva, soprattutto per quanto riguarda mercati meno efficienti, come quelli emergenti. In molti casi, la capacità dei gestori di ridurre l’esposizione alla Russia ha fatto la differenza.
A fare il punto è stata un’analisi di Institutional Investor, che sulla base dei dati Morningstar, ha evidenziato come i gestori di fondi attivi, a differenza dei loro colleghi passivi, hanno smobilizzato rapidamente le loro posizioni mentre la guerra entrava nel vivo.  L’esposizione media alla Russia investiti nei fondi dei mercati emergenti gestiti attivamente è infatti scesa drasticamente dal 3,19% di gennaio allo 0,8% di febbraio. L’esposizione è diminuita ulteriormente a marzo fino a un trascurabile 0,05%, con la maggior parte dei fondi che ha riportato zero investimenti in Russia. Il set di dati include più di 200 fondi aperti gestiti attivamente e fondi negoziati in borsa domiciliati negli Stati Uniti nella categoria diversificata dei mercati emergenti di Morningstar.

Invesco Developing Markets e Baillie Gifford EM Equities III sono tra i fondi che hanno ridotto maggiormente l’esposizione alla Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina. Il primo ha ridotto nel giro di un solo mese gli investimenti in asset russi dal 7% allo 0,26% del portafoglio. Il secondo, che aveva oltre il 6% investito in azioni russe a gennaio, ne ha scaricato la maggior parte entro la fine di febbraio e ha riferito di non avere investimenti nel paese a marzo.

Anche se gli investitori in questi fondi attivi hanno subito perdite, hanno sofferto meno rispetto agli investitori con in portafoglio fondi indicizzati. In un contesto di elevata volatilità del mercato, i fondi attivi in media hanno perso in media il 12,5% dal giorno in cui le truppe russe hanno attraversato il confine ucraino. Nel mentre, l’indice MSCI EM ha riportato un rendimento negativo del 13,1%.

La capacità di vendere rapidamente gli asset è stata fondamentale per i fondi attivi. Molti strateghi sostengono che era difficile, se non impossibile, prevedere la guerra, per non parlare delle conseguenze. In questo contesto, i gestori attivi sono stati favoriti, per via della loro maggiore flessibilità, a differenza dei fondi passivi che sono vincolati ai benchmark di riferimento.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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