Gian Enzo Sperone, esteta e gallerista: “Nato per fare questa collezione”

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Fino al 3 marzo 2024 sono esposte al MART 400 opere provenienti dalla collezione privata di Gian Enzo Sperone, uno dei più grandi esteti del nostro tempo. Ecco un racconto della mostra

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Al Mart in mostra la collezione privata di Gian Enzo Sperone

Se si vuole essere travolti visivamente e emotivamente, diventa imperativo andare a Rovereto quest’inverno, e non solo passarvi accanto per andare in montagna. Fino al 3 marzo 2024 sono esposte al MART 400 opere provenienti dalla collezione privata di Gian Enzo Sperone, uno dei più grandi esteti del nostro tempo

Noto per le sue gallerie, prima a Torino poi a Milano, Roma e New York, e per aver portato la Pop Art in Italia e l’Arte Povera in America, Gian Enzo Sperone ha collezionato sempre, con grande attenzione ma anche con voracità. Promotore indefesso delle nuove avanguardie da entrambe le sponde dell’Atlantico per cinquant’anni, ci si aspetterebbe un’infilata di opere di Warhol e Twombly, Merz e Manzoni, ma non è assolutamente così. Quello di cui si è circondato Sperone è senza tempo, e anche senza luogo: una collezione che ha un respiro universale e si muove con agio e agilità tra continenti e secoli

Sofonisba Anguissola, Ritratto di gentiluomo; Louis-Léopold Boilly, Ritratto di giovane; e Massimo Campigli, Fanciulla in rosso

 

Gian Enzo Sperone: una mente brillante, un gusto impeccabile

Una parete di ritratti, più di settanta, diventa esemplare della sua mente brillante e del suo gusto impeccabile: non sembra importare il valore economico o l’attribuzione dei dipinti, ma la figura rappresentata, e la qualità di esecuzione. Un raro ritratto di Sofonisba Anguissola, pittrice cremonese del Cinquecento, si accompagna a un favoloso gentiluomo di Louis-Léopold Boilly, attivo in Francia tra Settecento e Ottocento, a sua volta esposto sulla stessa parete della fanciulla di Massimo Campigli del 1929 e degli autoritratti di Francesco Clemente. Epoca, supporto, tecnica perdono rilevanza e conta unicamente l’immagine finale, la sua forza estetica, la qualità. Sono i suoi compagni immaginari, gli amici che ha a casa, intorno a sé costruisce “un museo silenzioso su misura, una chiesa dove essere al riparo dalle insidie del mondo e dove non c’è alcun officiante”. 



Compagni immaginari con cronache, miti e allegorie e preghiere


Ancora più intense e sempre parte di questa sua brigata sono le due schiere di busti, che sembrano avere un dialogo fitto fitto fra di loro, lasciandoci estranei spettatori. Anche in questo caso tutti i materiali e tutti i secoli possibili, da busti romani del I-II secolo all’ironico Gorilbattista di Bertozzi & Casoni del 2012, passando attraverso un vortice di imperatori, principi, gentiluomini e gentildonne. 

Bertozzi & Casoni, Gorilbattista

Fanno da sfondo da un lato dipinti che narrano “cronache, miti, allegorie”,  figure distratte dalle loro attività, dall’altro una magnifica raccolta di stampe, una sezione chiamata Impronte, con esemplari di Ugo da Carpi, Giorgio Ghisi, Albrecht Dürer, Giovanni Battista Piranesi – anche reinterpretato da Vik Muniz – e bellissimi fogli dai capricci di Goya



Albrecht Dürer, Nemesi o La Grande Fortuna; e Vik Muniz, Carcere IV, The Grand Piazza, After Piranesi – Piranesi Prisons

Ognuna di queste opere ha una doppia storia, la propria e l’incontro con Gian Enzo Sperone, che guarda attento intorno a sé, solo o in compagnia di artisti, galleristi, collezionisti. Un libro a se stante dovrebbe essere dedicato alla passione per l’arte classica condivisa con Cy Twombly, compagno anche di acquisti, e penso alla gamba romana presa in Madison Avenue… 

Frammento di scultura romana, Asia Minore, II secolo d.C. bronzo; e Gaspare Traversi, La lezione di musica

Una vita guardando tutto dappertutto, Sperone stesso dice “il mio itinerario culturale e spirituale è stato un continuo zizzagare senza perdere troppo la bussola. Ho percorso molti sentieri che pure “biforcandosi” non hanno mai cancellato la sensazione di essere nato per fare questa collezione.” L’umanità e la sua rappresentazione hanno certamente un posto centrale nella mente di Gian Enzo Sperone, che attraverso l’arte cerca quasi di dissezionarla per capirla e discuterla. Una curiosità dirompente, questa è forse la forza che si percepisce guardando le opere, un desiderio di scoprire nuove idee, nuove strade con accostamenti mai visti prima. Fu il primo, per esempio, ad esporre Lucio Fontana con opere trecentesche a fondo oro, e non per marketing ma perchè vide forte l’affinità spirituale tra i due. Una raccolta compulsiva e pensata allo stesso tempo, che solletica anzi scuote la mente.  

Astrazioni e modernismi

La collezione Gian Enzo Sperone: raggruppamenti densi, quasi monografici

A volte si incontrano dei raggruppamenti molto densi quasi monografici: le velocità di Balla sono una accanto all’altra, numerose, compulsive, quasi a preparare la pittura astratta di Reggiani, Rho, Radice, un’altro insieme di opere compatto che include anche un Alluminio di Sante Monachesi del 1937 e un Concetto Spaziale di Lucio Fontana del 1961. Un nucleo di fondi oro sembra fare vita a parte, mentre grande spazio è necessario per le numerose miniature indiane, un viaggio lontano ed improvviso. I numerosi fogli preparano le due opere di Julian Schabel, artista amico di Sperone: due grandi e maestose Shiva del 2007.  

Julian Schnabel, Eddie Stern (Shiva); e Ritratto di Jehangir, Scuola Mughal, 1620 c.

La collezione di Gian Enzo Sperone è sempre stata un divenire, alcune opere se ne sono andate, a volte perché necessario (finanziariamente) altre volte per volontà. Quando percepì che l’arte si stava spingendo verso la speculazione sembra aver rallentato la ricerca di nuovi talenti emergenti, rivolgendosi sempre più al passato, alla ricerca di analogie attraverso i secoli, spesso azzardando, magari anche sbagliando, ma certamente creando il suo mondo, non quello degli altri. Forse quello che dice l’opera di McDermott & McGough del 2004 è vero? Ho visto il futuro – e Sperone veramente lo ha visto – e non ci vado. Volendo citare ancora le sue parole: “non sono più un gallerista, né uno storico dell’arte, né un collezionista classico, ma allora cosa sono? Sono un esperimento in atto, un tentativo di ibridazione che aiuti a sfuggire alle trappole della vita moderna dove si continua a voler crescere senza evolvere, in una crescente cecità”. 

Certamente Sperone non è un uomo senza qualità!

McDermott & McGough, I’ve Seen the Future and I’m Not Going


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Tutte le foto: credits Sandra Romito. In copertina: David Bowes, Portrait of Ges (dettaglio).


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di Sandra Romito

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Con l’idea che non avrebbe guardato a nulla dopo Giotto, Sandra è stata una convintissima e feroce medievista nei suoi vent’anni: ora guarda tutto e le piace tutto, dal manoscritto miniato al gioiello d’artista. Ha lavorato per più di venti anni nel dipartimento di dipinti antichi alla Christie’s di Londra, dove ancora collabora quotidianamente come consulente, accompagnando i dipinti da collezione a collezione, con la stessa emozione del primo giorno. Un debole ovviamente rimane per la pittura italiana, soprattutto di alta epoca.

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