Esma mette ordine nella Product governance

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A inizio novembre l’Autorità europea ha pubblicato tre risposte che chiariscono come valutare costi e spese del prodotto, l’incidenza degli stessi sul rendimento e l’efficienza del processo che dovrebbe condurre all’idoneità del prodotto rispetto al target marget. Passi fondamentali verso un’attuazione armonizzata di questa riforma dirompente per il mercato degli strumenti finanziari

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Se c’è un elemento cardine della Mifid2, quello è la Product and Oversight Governance (Pog). La Pog ha rappresentato uno dei pilastri fondamentali di quella importante riforma per il suo forte elemento di novità, per la sua capacità di incidere sul processo distributivo e per la sua connessione con la product intervention. Vale la pena ricordare che la Pog è il processo che sovraintende alla costruzione e alla commercializzazione dei prodotti finanziari affinché siano creati dai produttori per raggiungere un determinato obbiettivo di mercato (target market) e, allo stesso modo, siano commercializzati dai distributori per colpire in modo adeguato il target market effettivo.
Proprio per le sue capacità di visione sintetica, la product governance può essere considerato il luogo in cui tutte le procedure sono sottoposte a un vaglio di omogeneità e coerenza interna: solo attraverso una visione di insieme delle varie policy (pricing, conflitto di interessi, inducements, remunerazioni interne) e l’assunzione delle relative responsabilità da parte degli organi competenti si può governare l’intero processo ed il rapporto tra produttori e distributori.

Uno degli elementi cruciali delle riforme comunitarie è garantire l’interpretazione uniforme in fase attuativa all’interno dei singoli Stati membri. Su questo gioca un ruolo cruciale il rilascio delle Q&A da parte di Esma, unico soggetto titolato a fornire interpretazioni su una disciplina di massima armonizzazione come la Mifid. Le Q&A sono intervenute anche in tema di Pog.

Con una risposta del 28 marzo 2019 sui CoCo bond- fund Esma aveva chiarito che questo tipo di prodotto, in ragione della sua complessità, non è normalmente compatibile con il mercato dei clienti retail, invitando ad escluderli dal target market positivo oppure includerli nel target market negativo. Degno di nota è il suggerimento di Esma in cui invita i produttori ed i distributori, nel fare questo tipo di valutazione, a considerare il tipo di servizio di investimento associato alla distribuzione del prodotto, facendo espresso riferimento alla consulenza ed alla gestione patrimoniale, e riconoscendo che, in tali casi, le preoccupazioni sollevate potrebbero trovare un elemento di mitigazione. Ne esce così confermata la cosiddetta funzione abilitante del servizio, di particolare impatto nel private banking, che, in ragione dell’assistenza professionale fornita al cliente, consente di renderlo destinatario di prodotti a lui altrimenti preclusi.

Di recente, lo scorso 6 novembre, sono intervenute tre ulteriori risposte. La prima si focalizza sui costi e spese del prodotto, sia espliciti che impliciti, e su quelli del servizio espressi al cliente sotto forma di inducement ricevuti dal distributore. Il processo di product governance gestito dall’organo di supervisione strategica e verificato dalla compliance, dovrebbe giustificare se e in che modo i costi e le spese siano compatibili con il target market. Ad esempio, con riguardo ai costi cosidetta up front, che implicatemene allungano la durata dell’investimento, va verificato se l’orizzonte temporale del cliente finale sia compatibile, unitamente alla necessaria trasparenza degli stessi che passa attraverso un corretto flusso informativo tra produttore e distributore.

L’ulteriore risposta si occupa del difficile tema dell’incidenza dei costi, ivi compresi gli oneri fiscali, sul rendimento chiarendo che gli stessi devono trovare una forma di bilanciamento rispetto alla complessità del prodotto. I costi devono essere oggetto di metodologie che consentano di simularne gli effetti su diversi scenari di mercato affinché gli stessi non pregiudichino in modo ingiustificato le aspettative di rendimento del cliente, come peraltro previsto nella regolamentazione dei Priips.

Nell’ultima risposta Esma, al fine di garantire l’efficienza di un processo che dovrebbe condurre all’idoneità del prodotto rispetto al target marget, non solo invita a non adottare strutture di costi che non siano chiare e trasparenti, ma ad evitare quelle che contengano elementi misleading e che possano per questo indurre il cliente a scelte subottimali.

Vengono indicate come pratiche non compatibili quelle in cui i prodotti abbiamo costi e spese iniziali particolarmente bassi, quelle che utilizzino formule troppo complesse o che li dividano in componenti non necessarie. Al fine poi di garantire la necessaria trasparenza, si raccomanda nelle strutture complesse di introdurre forme di testing e verifiche volte ad eliminare l’ingiustificata duplicazione dei costi, ricercando al contrario l’analitica separazione di calcolo. Tutto ciò aiuta a comprendere come l’efficacia di una riforma così pregnante come quella della Pog passi attraverso una sua attuazione che, lungi dall’essere un esercizio sterile di controllo formale di conformità, ne colga i profili sostanziali nella convinzione che ciò è nell’interesse non solo degli investitori finali, ma dei produttori e dei distributori che per primi possono trarre benefici da una corretta implementazione, riducendo rischi legali e reputazionali.

Articolo tratto dal magazine We Wealth di gennaio 2021


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di Luca Zitiello

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Si è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Firenze. Nel 2006, ha fondato Zitiello Associati, studio specializzato nel diritto del mercato finanziario, bancario ed assicurativo.
Membro del Collegio dei Probiviri in AIPB, Assosim, Assofiduciaria ed Assilea, Luca Zitiello è iscritto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del Foro di Milano e ammesso a patrocinare di fronte alla Suprema Corte di Cassazione.

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