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Secondo l’ultimo rapporto Esma i costi di gestione dei fondi domiciliati in Italia sono i più onerosi per le categorie degli azionari e degli obbligazionari
I costi giocano un ruolo importante nella determinazione finale della performance dell’investimento. La Consob, nella sua ultima analisi sui costi dei fondi comuni in Italia pubblicata nel 2018, aveva sottolineato come “il peso sugli utili prodotti dai fondi” fosse “cresciuto dal 16 al 51%” dal 2012 al 2016. Nella gran parte dei casi, comunque, costi più elevati non si associano a un miglior rendimento del fondo: anzi, di solito avviene il contrario.
E’ opportuno precisare che i dati sui costi dei fondi all’interno dei vari Paesi Ue non sono direttamente comparabili. Ad esempio, la Consob aveva sottolineato come i fondi azionari di diritto italiano, pur avendo costi di gestione più elevati della media, presentino inferiori costi d’ingresso. La stessa Esma ha poi affermato che “il trattamento dei costi e le differenze nella loro classificazione tra gli Stati membri sono un fattore significativo nell’eterogeneità identificata paese per paese”. Pur con le dovute premesse, l’onerosità dei fondi italiani appare evidente.
Quali sono le cause dell’onerosità dei fondi in Italia? La risposta non si limita ai soli costi di gestione. “L’investitore al dettaglio italiano paga tre, talvolta quattro, livelli di commissioni”, ha affermato a We Wealth Giacomo Rossi, partner e head of wealth management di Euclidea, una società di intermediazione mobiliare particolarmente attenta al contenimento dei costi che gravano sui clienti. “Una prima commissione di gestione è quella interna al fondo, che dovrebbe comprendere anche il costo della consulenza remunerata al distributore del fondo”, ha detto Rossi; in più, l’investitore italiano “paga costi di distribuzione sotto forma di commissioni di sottoscrizione dei fondi in cui investe e di rimborso quando riscatta parte o tutta la somma investita. Infine, quando presenti sono da aggiungere le commissioni di performance”.
La direttiva europea Mifid II, entrata in vigore a inizio 2018, vedeva proprio nella trasparenza sui costi dei prodotti finanziari una delle sue missioni principali. La maggiore chiarezza, per ora, non si è tradotta in una decisa riduzione dei costi, che per l’Esma è stata solo “marginale” nel 2019. Per quanto riguarda l’Italia, Euclidea Sim è convinta che i costi siano rimasti sostanzialmente invariati: “Nelle centinaia di portafogli da noi analizzati riscontriamo praticamente sempre lo stesso ‘salasso’ per l’investitore italiano”.

