Cosa c’è dietro le crisi di Credit Suisse, Svb e Deutsche Bank

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Il collegamento tra intermediazione monetaria e intermediazione finanziaria non è più un elemento di forza delle banche. Cosa insegnano i tre casi di crisi bancaria: Svb, Credit Suisse e Deutsche Bank

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 Silicon Valley Bank (Svb), Credit Suisse e Deutsche Bank: ecco i tre gravissimi casi di crisi bancaria che si sono verificati, nel giro di pochi giorni. 

Il primo caso: Silicon Valley Bank (Svb)

Silicon Valley Bank (Svb), una banca californiana estremamente rappresentativa della floridità dell’area, ancorché solo di media grandezza, è finita “in default” perché, alla luce del rialzo dei tassi disposto dalle autorità monetarie, si è svalutato enormemente il proprio patrimonio, investito largamente in titoli di Stato. 

La causa del “default” non è costituita da eccessi di operazioni altamente speculative o di crediti difficilmente recuperabili. La fragilità della banca – presumibilmente sussistente – è stata esplodere dall’impatto delle perturbazioni della moneta e dei tentativi pubblici di correggerli su una gestione largamente prudenziale e ordinaria. 

Evidentemente, la situazione presentava profili di criticità, ma che sarebbero rimasti sotto controllo senza l’intervento della politica monetaria contro l’inflazione.

Si può trarre una regola generale: le banche meno solide o con profili di criticità pur circoscritti sono esposte – con forti rischi – a elementi sì negativi ma normali nelle attuali fasi di mercato, al pari di tutte le altre imprese. Ma non solo: la circostanza che i loro debiti sono mezzi di pagamento non le rende in grado di gestire meglio le perturbazioni monetarie.

Ciò significa che il collegamento tra intermediazione monetaria e intermediazione finanziaria non è più un elemento di forza delle banche.

Il secondo caso: Credit Suisse

Credit Suisse, la seconda banca svizzera, una delle principali 12 banche al mondo, è andata in crisi irreversibile per eccessi di speculazione in Borsa sul titolo, eccessi che si sono innestati su una situazione delicata e con rilevanti profili di criticità derivanti da operazioni in prodotti e servizi ultra-speculativi e rovinosi.

Si può anche qui trarre una regola generale: quando la solidità delle banche viene a messa a repentaglio da condotte dissennate sono sufficienti forme di attacco da parte di soggetti ostili (concorrenti, speculatori), del tutto ordinarie, per farle saltare.

La solidità delle banche ha perso peculiarità e ora esse sono pari alle altre imprese.

Il terzo caso: Deutsche Bank

Deutsche Bank, la principale banca tedesca, già con grandi problemi per eccesso estremo di operatività in prodotti rovinosi e ultra-speculativi, poi ripresasi con il salvataggio dello Stato, è stata sotto attacco anch’essa della speculazione sul titolo in Borsa, e ha traballato, ma senza conseguenze gravi, proprio perché la sua solidità è stata sostenuta dalla mano pubblica

Il quadro d’insieme è inquietante

Il mondo bancario, anche a livello importantissimo, presenta elementi di criticità non banali e può essere così incrinato da fattori, sì negativi, ma in via non patologica bensì fisiologica, in quanto rientranti nelle dinamiche del sistema, come una politica monetaria restrittiva o la speculazione sui mercati azionari.

Alcuni elementi vanno messi a fuoco.

Innanzitutto, l’immissione di prodotti speculativi e rovinosi dopo la crisi del 2008, non è diminuita, ma aumentata. La speculazione è diventata fattore ordinario della finanza e non vi sono limiti ad essa, nemmeno quando la sua natura rovinosa esplode.

In ulteriore battuta, la politica monetaria ha obiettivi incompatibili con la stabilità finanziaria, in quanto può esporre a rischi il patrimonio delle banche.

Le conseguenze sono dirompenti: la politica monetaria e l’attività bancaria (e così anche i controlli su di essa) sono potenzialmente divergenti. Non si tratta di affidare la politica monetaria e i controlli finanziari ad Autorità diverse, ma all’esatto contrario di trovare un’armonizzazione, al momento contraddetto da elementi strutturali.

Il controllo della moneta è parziale e insufficiente nel momento in cui la moneta indiretta consiste in debiti, con i creditori (i depositanti) che si trovano di fronte ad attivi pregiudicati dalla politica monetaria.

Ma non ci ferma qui: l’attività bancaria, con l’operatività abnorme in prodotti e servizi ultra-speculativi e rovinosi, si è snaturata ed ora è diventata come le altre attività imprenditoriali, perdendo quelle caratteristiche di sicurezza che l’hanno sempre contraddistinta.

Il principio di sana e prudente gestione, fondamentale in materia bancaria (come autorevolmente ricordato, Roberto Ruozi), ora è diventato inoperante, in quanto esso presuppone la specialità dell’impresa bancaria, specialità oramai dismessa.

I vari tipi di salvataggi bancari

Per completezza, i salvataggi sono scattati immediatamente, con salvaguardia piena dei depositanti e degli obbligazionisti nel caso di Silicon Valley e con l’acquisizione – a prezzi stracciati alla luce della speculazione sul titolo – di Credit Suisse da parte di Ubs, prima banca svizzera, e con sacrificio degli obbligazionisti subordinati.

Le modalità di salvataggio sono eloquenti: in America vi è stata una salvaguardia totale dei risparmiatori non azionisti, in deroga a tutti i limiti fissati dalla normativa.

In Svizzera, vi è stato il sacrificio degli obbligazionisti subordinati, trattati in modo deteriore rispetto agli stessi azionisti (questi pur penalizzati enormemente dalla speculazione sul titolo, i cui effetti sono andati sul titolo a favore della banca subentrante). Ma quel che conta è che nato un colosso smisurato, monopolista quasi assoluto sul mercato bancario svizzero e con valori economici superiori a quelli dello Stato svizzero.

Le esigenze improcrastinabili di salvataggio hanno mandato in soffitta in America ogni limite in materia, mentre in Svizzera hanno fatto accantonare profili di tutela della concorrenza, e addirittura hanno posto lo Stato in posizione di dipendenza totale dal colosso appena nato.

La stabilità e la solidità del settore bancario sono superiori a qualsiasi altra esigenza.

Certamente è questo un segno di salutare realismo.

Ma non è sufficiente se non si interviene anche “ex ante”, ed ora il quadro è come visto al riguardo del tutto carente e privo di strumenti efficaci: ciò alla luce di cause strutturali. 

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di Francesco Bochicchio

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Laureato in Giurisprudenza presso l’università degli Studi di Roma, dal 2010 è professore a contratto di diritto degli Intermediari finanziari presso la Facoltà di Economia dell’Università di Parma. Da maggio 2000 svolge la professione di avvocato a Milano ed è fondatore dello studio
legale Bochicchio&Partners, con un’ampia specializzazione che contempla, tra gli alti, il settore bancario, finanziario e dell’intermediazione mobiliare, i profili societari e giuslavoristici, contemplando anche i profili penalistici del diritto dei mercati finanziari e del diritto societario.

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