Coronavirus e turismo: alcune proposte di aiuto concreto

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Abbattimento delle barriere burocratiche e incentivi a imprese. Ma anche sgravi fiscali per i clienti e bond garantiti da infrastrutture. Ecco alcune proposte a sostegno del settore del turismo

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Le conseguenze dell’emergenza pandemica sono – e purtroppo saranno – molto severe per l’intera economia. Di certo, uno dei settori più colpiti è quello del turismo, che in Italia rappresenta una voce importantissima del pil. Il cigno nero è sopraggiunto in un momento in cui il settore godeva di un momento positivo e le prospettive erano buone. Molte località in Italia si erano scoperte, quasi con sorpresa, a essere considerate nuove mete turistiche per segmenti emergenti di turismo straniero, diversi dai viaggi organizzati o business, anche grazie anche alla diffusione dei voli low cost e alle nuove forme di hospitality, come B&B e ostelli.
La pandemia e le sue ricadute sull’economia mondiale determineranno conseguenze molto gravi, soprattutto nel breve periodo. Mancano i voli, le compagnie aeree dichiarano di non poter riprendere a operare perché i vincoli ingigantiscono i costi, mancheranno per moltissime persone i mezzi economici da destinare ai viaggi e soprattutto ci vorrà tempo per ritrovare il fattore fondamentale per far viaggiare le persone, ovvero una visione positiva e di fiducia sulle prospettive future.
Fortunatamente nel nostro Paese conserviamo (con tutti i limiti di tale enorme onere) circa i due terzi dell’intero patrimonio artistico mondiale e nessun virus potrà intaccarlo. Venezia, la fontana di Trevi, l’Ultima cena di Leonardo, Pompei e gli Uffizi sono – e resteranno sempre – dove sono stati negli ultimi secoli. In Italia abbiamo poi un altro patrimonio unico, da preservare come un tesoro: l’Italian way of life, ovvero quell’insieme unico di gusto per il bello, di tradizioni e innovazioni gastronomiche, di territori differenti e unici, di savoir faire e altissima manifattura – oggi riassunto molto limitatamente nelle tre “F” del food, fashion e forniture – che sono i pilastri della nostra economia, della nostra stessa società e costituiscono il volano fondamentale anche del settore turistico ricettivo.

Nello stato attuale delle cose, verosimilmente, l’attività turistica e ricettiva italiana dovrà rivolgersi nei prossimi anni più al mercato domestico che a quello internazionale. Per far questo, occorrerà innanzitutto incentivare quell’attività di marketing e di divulgazione che è stata sinora concentrata sugli stranieri. Quanti italiani, ad esempio, pensano di andare a visitare (o addirittura conoscono) la Villa del Casale a Piazza Armerina? Una dimora patrizia di campagna del IV secolo dopo Cristo dove si può vivere l’esperienza unica di attraversare ambienti intatti vissuti da una facoltosa famiglia romana, ammirando mosaici unici, come in una sorta di macchina del tempo.

Quali allora i possibili aiuti concreti per il turismo, un settore così essenziale, strategico e purtroppo così gravemente colpito dall’emergenza?
Una prima proposta è comune a moltissimi altri settori dell’economia e si chiama abbattimento delle barriere burocratiche e delle norme inutili. Aprire (o mantenere in attività) una struttura ricettiva in Italia è oggi complicatissimo. Una marea di norme, regolamenti, disposizioni – peraltro spesso disomogenee se non, addirittura, in contrasto tra loro – debbono essere osservate e interpretate a livello statale, regionale, comunale e forse ancor più nel particolare. Basti pensare alle procedure e alle norme da interpretare per aprire un ostello o un B&B a Torino piuttosto che a Roma (e queste forme di ospitality saranno, in un’economia di risorse limitate, la nuova ossatura del sistema turistico). Le competenze appartengono poi a moltissimi enti e autorità, che alle volte vivono in modo autoreferenziale di tali norme.

Se davvero stiamo assistendo alla nascita di un mondo nuovo, occorre avere nuovi paradigmi e un sistema radicalmente rinnovato. La proposta è dunque quella di cambiare la visione e la prospettiva dal negativo al positivo. Smettere di emanare ossessivamente norme dispositive di difficile comprensione su ogni aspetto delle attività economiche e emanare poche norme, chiare e dirette, che stabiliscano il perimetro dell’attività e ciò che è espressamente vietato per preservare la salute, l’incolumità e la sicurezza sul lavoro di ospiti e addetti al settore. Per il resto tutto deve essere liberamente consentito. Un passo epocale e rivoluzionario, difficilissimo da introdurre, si sa. Ma, assolutamente necessario a questo punto, per non morire di burocrazia dopo essere sopravvissuti al virus.

Una seconda proposta riguarda la fiscalità, con interventi non solo mirati ad assicurare incentivi e sgravi alle imprese e alle società che detengono alberghi e strutture ricettizie. Uno sgravio, o una possibilità di recupero fiscale, assume infatti che ci sia un fatturato, un risultato economico positivo e un debito fiscale sul quale operare (circostanze non del tutto scontate, se le attività sono state chiuse per disposizione normativa e non hanno potuto generare alcun flusso di reddito). Meglio forse ipotizzare forme di sgravio fiscale vero per i clienti. Se si potessero incentivare con massicci aiuti e incentivi (certo, tenuto conto delle norme europee sugli aiuti di Stato, ma anche su questo non poniamoci limiti mentali assoluti) e detrarre i costi di vacanze trascorse in Italia, ci sarebbe di certo un effetto virtuoso sia per il sistema delle imprese ricettive che per lo stesso erario, che potrebbe addirittura così far emergere una quota importante di evasione.

Un’ultima proposta potrebbe essere più generale. Cosa serve a un Paese per attrarre turisti, oltre a monumenti, musei e siti da visitare? Di certo le infrastrutture: aeroporti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità e porti, che consentano di spostarsi velocemente e in sicurezza. In Italia il sistema di infrastrutture è stato in larga parte costruito nel periodo del boom economico degli anni ’60 del secolo scorso e oggi è scarsamente manutenuto e innovato. Ecco allora che per creare il nuovo debito necessario a sopperire ai costi e ai danni della pandemia, potremmo emettere titoli di debito “nuovi”, più specifici, garantiti dalle infrastrutture che andremmo a creare o manutenere. È probabile che un investitore straniero, o una banca centrale, troverebbe maggiormente appetibile un bond garantito da un’opera pubblica determinata. Ad esempio un nuovo tratto autostradale Milano-Genova, al posto di una vecchia strada camionale trasformata per necessità in autostrada. Pensiamo ai molti fattori positivi che ne potremmo trarre: lavoro per le imprese e tutti gli addetti alla costruzione, un’autostrada più sicura con risparmi in termini di vite umane e di costi sanitari, una rete di collegamento che potrebbe rendere molto più fruibile il porto di Genova per tutto il sud Europa oltre a una via d’accesso per terra veloce, utilissima per i turisti sia italiani che stranieri (visto che volare si preannuncia sempre più complicato). Un’idea che potrebbe forse facilitare l’allocazione del nostro debito e farci percepire in modo diverso anche dai Paesi europei che – a torto – vorrebbero farci indossare i panni degli indigenti da soccorrere.

Tutte proposte molto ambizione, è ben chiaro. Ma per citare Albert Einstein, “senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia”. Quindi, rimbocchiamoci tutti le maniche.


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di Maurizio Fraschini

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Avvocato del Foro di Milano e Parigi, è partner dello studio Plusiders. Si occupa di M&A, real estate e private equity. Ha una consolidata esperienza nella strutturazione e realizzazione di operazioni
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