Borsa Israele, anche se in guerra corre più della media nel 2024

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Nonostante la guerra e crescenti critiche dalle Nazioni Unite, l’indice azionario israeliano ha guadagnato in dollari l’8,7% da inizio anno

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La Borsa israeliana continua a realizzare solide performance, migliori della media globale, nonostante il conflitto militare che vede impegnato il Paese contro Hamas e le crescenti pressioni internazionali per il raggiungimento di un cessate il fuoco sulla striscia di Gaza, culminate in una risoluzione vincolante del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Le performance della Borsa di Tel Aviv

Correggendo per gli effetti di cambio, tramite una conversione in dollari, l’indice S&P Israel 100, rappresentativo delle cento società più liquide e importanti fra quelle quotate sulla Borsa Israeliana, ha guadagnato, da inizio anno al 26 marzo, l’8,69%.

Si tratta di una performance superiore a quella realizzata dall’indice S&P World globale, che nello stesso lasso di tempo ha reso il 7,86%, e quasi doppia rispetto a quella dell’S&P Europe 350, che ha portato a casa il 4,57% (sempre correggendo le performance in dollari). Il contraccolpo del conflitto armato si era fatto sentire sull’indice israeliano solo nella prima parte di ottobre, con un deciso calo interamente recuperato già a metà dicembre. Rispetto ai livelli pre-conflitto, l’indice israeliano ha guadagnato circa il 18%.
All’interno dell’indice TA 125 israeliano tre titoli segnano una performance superiore al 50% da inizio anno: Aura Investments, Shufersal e Next Vision.


Più che la testimonianza di un’opportunità di investimento, materia di cui questo giornale si occupa abitualmente, la sovraperformance della Borsa israeliana in un contesto di grave controversia umanitaria sembra un’ulteriore dimostrazione di come i flussi di denaro non seguano le logiche dell’intuizione comune – secondo le quali, ad esempio, un Paese sempre più criticato politicamente per le sue scelte militari dovrebbe essere un po’ meno gradito anche agli investitori.

La pressione internazionale attorno a Israele

Il 25 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, grazie alla decisiva astensione degli Stati Uniti, ha approvato una risoluzione vincolante nella quale si chiede che il “cessate il fuoco immediato per il Ramadan, rispettato da tutte le parti, conduca ad un cessate il fuoco durevole e sostenibile”, nonché “il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi, nonché la garanzia dell’accesso umanitario per far fronte alle loro esigenze mediche e umanitarie”. L’assenza di una condanna di Hamas ha in qualche modo sancito una posizione equidistante del Consiglio fra le parti coinvolte nel conflitto.
Il giorno seguente, la responsabile dei rapporti alle Nazioni unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese, ha dichiarato, in un’audizione del Consiglio Onu di Ginevra per i diritti umani, che “ci sono terreni ragionevoli per ritenere che la soglia indicante la commissione dei reati di genocidio è stata raggiunta” a Gaza.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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