Autonomia differenziata: quali rischi per la finanza pubblica?

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C’è il rischio che un simile progetto se non gestito correttamente si traduca in una forte crescita delle competenze di spesa delle regioni con risultati non positivi per le finanze pubbliche

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L’autonomia differenziata può condurre ad un ulteriore forte decentramento delle spese, su materie importanti come scuola, ambiente, trasporti, reti energetiche

I progetti di autonomia differenziata che si profilano all’orizzonte implicano anche il decentramento della spesa ma non tengono davvero conto dell’ambito fiscale

Ciclicamente il dibattito pubblico è investito dalla prospettiva di rendere autonome le regioni a statuto ordinario, invocando la c.d. autonomia differenziata.

In quest’ultimissimo periodo, del resto, la questione ha ripreso forza: il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie ha già presentato un disegno di legge (da depositare e da approvare in Consiglio dei ministri) che definisce in dettaglio come si articolerebbe questa autonomia differenziata e attraverso quali risorse potrebbe essere sostenuta la devoluzione di ulteriori spazi di autonomia alle regioni.

Ma cosa accadrebbe se questo scenario andasse in porto? Quali risvolti e ricadute potrebbero discendere sulle casse dello Stato, a fronte di una maggiore autonomia differenziata delle regioni?

Prova a fare luce su questo argomento un recente report pubblicato dall’Osservatorio Conti Pubblici, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il quale, a fronte di una comparazione tanto della letteratura scientifica sul tema, quanto dell’esperienza concreta passata, mette in chiaro che: “se si vuole davvero ancora decentrare è necessario accompagnare il processo con una riforma sostanziale del sistema di finanziamento delle Regioni”.

Autonomia differenziata: perché è opportuno valutare bene i rischi

L’approfondimento, a firma, tra gli altri, dei Professori di scienze delle finanze Massimo Bordignon e Gilberto Turati, dal titolo Autonomia differenziata senza autonomia fiscale?, prende in considerazione tanto l’ambito normativo, quanto e soprattutto le conseguenze economico-sociali che potrebbero derivare dall’introduzione di un’autonomia differenziata per regioni.

È la nostra Carta costituzionale, segnatamente all’art. 116 della Costituzione, che prevede la possibilità, a fronte di un’intesa tra la Regione interessata e il Governo (previa approvazione del Parlamento), di riconoscere a certi territori ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia in diverse materie, così come enumerate dall’art. 117 della Costituzione

Ebbene, poiché, come si legge nel report in commento, un processo di decentramento di questo tipo se non gestito in modo accurato:

  • per un verso, amplierebbe i rischi di frammentazione amministrativa del paese
  • per un altro, lascerebbe irrisolto il più ampio problema di addivenire ad una maggiore uniformità nella qualità di servizi sul territorio nazionale.

occorre concentrare l’attenzione non solo sul “quanto” (dunque quante risorse dovrebbero essere attribuite alle regioni per svolgere nuove funzioni), ma sul “come”. Cioè sulla “forma che questi meccanismi di finanziamento dovrebbero assumere”.

Se non gestito correttamente, c’è il rischio che un simile progetto, ribadiscono gli autori del documento, “si traduca in una forte crescita delle competenze di spesa delle Regioni, senza che si introducano contemporaneamente meccanismi che le incentivino a controllarne la dinamica, con risultati potenzialmente devastanti per le finanze pubbliche”.

Decentrare e rendere autonomi i territori: cosa comporta?

I progetti di autonomia differenziata che si profilano all’orizzonte implicano anche il decentramento della spesa. In questi termini, i diversi territori potranno accedere a un ventaglio particolarmente ampio di autonomia, su numerose materie.

Un simile scenario, in un Paese già particolarmente diviso economicamente e in termini di efficienza e offerta dei servizi tra il Sud e il Nord, potrebbe dare vita a problemi di equità.

Il fatto che il disegno di legge presentato per supportare questo progetto, riferisca a “compartecipazioni a uno o più tributi erariali” come fonte di finanziamento principale delle nuove spese devolute alle regioni, non tiene conto, osservano gli autori del report, “dei possibili effetti distorsivi derivanti dall’attribuire forti competenze di spesa ad un ente territoriale senza introdurre allo stesso tempo meccanismi di responsabilizzazione su questa spesa”. 

Inoltre, non è di poco conto la circostanza che, in questo momento storico, stiamo affrontando lo smantellamento del principale tributo proprio delle Regioni, vale a dire l’Irap, e, come se non bastasse, l’Irpef è “ridotta in condizioni tali da sconsigliare un ulteriore ampliamento dell’autonomia regionale su questo tributo”. 

In buona sostanza, pensare ad un autonomia differenziata, implicante una devoluzione della gestione delle spese alle regioni, senza al contempo, responsabilizzare gli enti nella gestione della spesa e senza prevedere una specifica cornice fiscale idonea a supportare questo progetto, potrebbe generare una serie di esternalità negative che investirebbero i territori, dal punto di vista dell’equità, e la finanza pubblica, che ne uscirebbe appesantita.


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di Nicola Dimitri

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Redattore e coordinatore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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