Essere un’artista nel cuore del Medio Oriente

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Cosa significa essere donna e fare arte in Medio Oriente? Tra tra politica, istanze sociali ed espressione artistica, ecco sette artiste interessanti in questo contesto

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Essere donna e artista in Medio Oriente: parlare di una tematica così complessa, che unisce questioni di genere, religione e termini usati e spesso “abusati” a livello geo politico, non è facile. Per farlo, bisogna partire dalle basi. Come la definizione stessa di “Medio Oriente” che qui verrà intesa nel suo significato geografico più ampio, considerando che tale dicitura, coniata solo nel 1902, si deve ad Alfred Thayer Mahan. Il vocabolo, ogni volta che lo si nomina, scatena sentimenti opposti a seconda degli episodi che infiammano la quotidianità globale. Prova ne è l’invasione da parte dell’esercito israeliano della Striscia di Gaza: una vicenda che ha coinvolto anche il mondo artistico culturale con manifestazioni di solidarietà, sottoscrizioni di appelli e cancellazioni di mostre a seconda del credo politico manifestato. Restando sulla cronaca e procedendo a ritroso nel tempo, nel nefasto biennio 2022/2023, troviamo la mobilitazione delle donne iraniane, iniziata con le proteste per la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022.

Viste queste doverose premesse, parlare di artiste mediorientali generalizzando è praticamente impossibile: ogni espressività andrebbe analizzata in maniera approfondita, anche se nel settore culturale le ricognizioni omnicomprensive sono all’ordine del giorno. Servono a inquadrare determinate sfumature espressive che altrimenti rischierebbero di passare inosservate.

Artiste in Medio Oriente: le tematiche più ricorrenti

È possibile tuttavia delineare alcuni macrofenomeni in uno scenario altamente intricato, che vede le artiste mediorientali affaccendarsi tra politica, istanze sociali ed espressione artistica. Il più delle volte, le creative emergono come pioniere di resilienza che sfidano gli stereotipi e contribuiscono a ridefinire il dialogo culturale nei loro paesi d’origine, seppur molte risiedano in altre nazioni per essere più libere nella creazione.

Se si analizzano i lavori delle principali artiste mediorientali si possono riconoscere dei temi ricorrenti: la riconnessione con le proprie radici e con il ruolo essenziale delle donne in ogni comunità, seppur questo venga ancora poco riconosciuto; l’importanza della collaborazione e del sostegno reciproco per far sì che le istanze di cui si è portatrici ottengano una maggior visibilità; la lotta per rendere coscienti dei propri diritti, spesso negati, le altre sorelle; la revisione dei ruoli di genere che non è culturalmente, politicamente e giuridicamente contemplata negli stati di appartenenza, ma può trovare nelle pieghe dell’arte il palcoscenico per ottenere notorietà con messaggi che colpiscano le emozioni più profonde dello spettatore. D’altra parte il discorso del genere è sempre stato politicizzato o utilizzato dal potere dominante come forma di controllo: nel tempo alcuni modelli, aspettative e categorie di comportamento hanno contribuito ad accecare la nostra visione dell’identità individuale.

Dunque, su questo terreno comune si innestano le riflessioni derivanti dal sentito personale di ciascuna artista.

Nadia Kaabi-Linke, Flying Carpets

Implicazioni di mercato

Passando a un discorso di mercato, l’esposizione di lavori in fiere e mostre prestigiose da parte di queste artiste è di certo più complesso rispetto ai propri colleghi, come ogni anno riportano i report di settore che considerano i risultati di vendita in asta e la presenza di lavori in collezioni pubbliche dell’intero ambito artistico femminile, non suddiviso geograficamente. Indubbiamente negli ultimi anni si è cercato di fare dei passi avanti in questo senso come notato, ad esempio, nell’ultima edizione della parigina Menart Fair, tenutasi a settembre 2023. Una buona parte delle gallerie partecipanti presentava artiste mediorientali.

Anche nella prossima Biennale alcuni padiglioni nazionali dovrebbero distinguersi per presenza femminile. Il condizionale è ancora d’obbligo seppur aprile sia quasi alle porte vista, ad esempio, la sostituzione del team di artiste che avrebbe dovuto rappresentare il Marocco alla sua prima partecipazione nazionale. Confermata, invece, Manal AlDowayan al Padiglione dell’Arabia Saudita. Tra le creative più famose della nazione, il suo intervento si baserà, non a caso, sull’indagine delle tradizioni, della memoria collettiva e della rappresentazione delle donne in un’ottica partecipativa.

Reem Al Faisal, Jeddah (1994-1995)

Aumentano le gallerie

A livello globale aumentano anche le gallerie che promuovono esclusivamente artiste, spesso fondate da imprenditrici e curatrici. Per il Medio Oriente ne sono un esempio Hunna Art, aperta nel 2021 per sostenere le artiste del Golfo, e la piattaforma digitale Emergeast, animata dallo scopo di far aumentare il collezionismo internazionale e la conoscenza di creativi mediorientali.

Infatti, la difficoltà nel reperire determinate informazioni rimane uno dei problemi principali che non permette al grande pubblico di scoprire personalità straordinarie, eccezion fatta per pochi grandi nomi. Tra cui, ad esempio, l’artista iraniana Shirin Neshat, che sarà protagonista di una grande mostra al PAC Milano nella primavera del 2025.

Reem R., Feels Citrusy (2020)

Sette artiste mediorientali ad alto potenziale

Guardando, invece, all’andamento delle aste del 2023 e alle vendite in fiera i collezionisti farebbero bene ad appuntarsi anche queste sette artiste ad alto potenziale: Reem R., Nour Elbasuni, Dana Awartani, Nadia Kaabi-Linke, Reem al Faisal, Havy Kahraman e Tala Madani.

 

Reem R., classe 1995, è un’artista visiva palestinese che attualmente vive tra il Qatar e gli Emirati Arabi e il cui lavoro è caratterizzato soprattutto da dipinti rappresentanti nature morte con oggetti di uso quotidiano. Reem R. trae ispirazione dalle esperienze personali e dai ricordi, resi sulla tela tramite colori vivaci e spesso contrastanti. Nei quadri appaiono moltissimi riferimenti culturali che legano occidente e tradizioni orientali: veri e propri enigmi visivi che invitano gli spettatori a utilizzare l’immaginazione per decifrarne i significati e trovare le proprie interpretazioni.

Le opere di Nour Elbasuni, invece, esaminano temi riguardanti la politica di genere, le percezioni culturali, la rappresentazione e la spiritualità. Nata in Egitto nel 1994, Elbasuni gioca spesso sul ribaltamento dei ruoli che tradizionalmente vengono attribuiti al genere femminile e maschile: i suoi soggetti vengono collocati in ambienti domestici dove gli uomini sono ritratti intenti a conversare, bere il tè, guardare fuori dalla finestra, occuparsi delle faccende domestiche e dei pasti. Tutte azioni che sfidano lo status quo della mascolinità, specie in panorami culturali ancora fortemente radicati nella tradizione.

Nour Elbasuni, Kousa (2021)

Anagraficamente più grande è la saudita Dana Awartani (1987), che fonde i principi islamici con la pratica contemporanea per esplorare l’identità. Ad esempio, tra il 2016 ed il 2018, ha ideato una serie di sculture astratte che riprendono alcune geometrie tradizionali dell’arte islamica utilizzando le conoscenze acquisite nella tecnica della miniatura, del mosaico e della doratura. Spesso si serve anche di argilla e sabbia. Nel 2022 l’opera monumentale in arenaria e acciaio Where the Dwellers Lay, ispirata alle tombe nabatee, è stata collocata nel famoso sito patrimonio mondiale dell’UNESCO AlUla.

Dana Awartani, Desert x alula (2022). Photo by Lance Gerber

Oggi vive a Berlino, ma in passato si è spostata tra la nativa Tunisi, Parigi, Dubai e Kiev: Nadia Kaabi-Linke (1978) con i suoi lavori affronta temi di geopolitica, confini e migrazione. Forse il pubblico italiano ricorda la sua installazione Flying Carpets, esposta alla 54a Biennale di Venezia, in cui dei telai metallici sospesi proiettavano ombre che riproducevano le sagome di tappeti orientali. Nel 2021 ha vinto il prestigioso Ithra Art Prize e attualmente è entrata a far parte della collezione permanente del Guggenheim Museum di New York.

Curiosa la storia di Reem Al Faisal, all’anagrafe Reem bint Mohammed Al Saud, rinomata fotografa saudita classe 1973 che si divide tra Jeddah e Parigi. È la nipote di Faisal bin Abdulaziz Al Saud, re del paese dal 1964 al 1975. Dopo gli studi in letteratura araba, la donna è partita alla volta della Francia per frequentare la celebre Speos Photo Video Cgi School. Tornata in patria ha aperto a Jeddah e poi a Dubai due gallerie di fotografia: le prime della regione a sostenere questa forma artistica. Il suo lavoro fotografico si caratterizza per un piglio documentaristico sviluppato quasi sempre con la tecnica del bianco e nero.

È invece di origine iraniana l’ultima artista di questa rassegna: Tala Madani, nata a Teheran nel 1981. La pittrice si è però trasferita in tenera età con la famiglia negli Stati Uniti, dove attualmente è seguita da gallerie rinomate quale Pilar Corrias, Kadist e David Kordansky Gallery. Le sue opere fortemente gestuali richiamano il neoespressionismo, ma i temi che tratta si focalizzano sulla decostruzione dell’autorità maschile attuata grazie alla rappresentazione di soggetti non giovani in posizioni compromettenti: una tipologia di immagini particolarmente in contrasto con l’arte classica iraniana. Anche lei, come le altre artiste menzionate, ci dimostra come ogni pennellata, ogni installazione, ogni scultura sia una sorta di frammento di un racconto molto più ampio: una narrazione che continua ad essere scritta oltre i confini e attraverso il cuore di quello che si definisce Medio Oriente.

Tala Madani, Dazzlemen (2008)

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In copertina: courtesy Hunna Art Gallery.


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di Elisabetta Roncati

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Digital content creator, consulente artistica, scrittrice per diverse testate e autrice per Rizzoli illustrati, Elisabetta Roncati ha deciso di unire formazione universitaria economica/manageriale e passione per la cultura con un unico obiettivo: avvicinare le persone all’arte in maniera chiara, facilmente comprensibile e professionale. Interessata a ogni forma di espressione artistica e culturale, contemporanea e non, ha due grandi passioni: l’arte extraeuropea ed i diritti civili. Nel 2018 ha fondato il marchio registrato Art Nomade Milan, con cui si occupa di divulgazione digitale sui principali social media (Instagram e Tik Tok @artnomademilan)

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