Gestione attiva o passiva? 5 miti da sfatare per fare chiarezza

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È uno dei grandi dibattiti che animano gli investitori. Nel corso degli anni, alcune argomentazioni si sono radicate, rendendo difficile distinguere tra reale e fittizio. Per fare chiarezza una volta per tutte, T.Rowe Price analizza alcune idee più comuni

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Meglio la gestione attiva o quella passiva? È uno dei principali dilemmi che continua ad animare un dibattito acceso tra gli investitori, con i sostenitori di uno o dell’altro schieramento fermi nelle loro convinzioni. In effetti, la domanda è più che lecita, visto che le ricerche (una delle più note è la Spiva Scorecard) hanno dimostrato come in media la strategia attiva non riesca a fare meglio di una passiva in maniera costante, così come l’investimento passivo difficilmente riesca a gestire il rischio di fronte a mercati volatili. Gli esperti di T.Rowe Price hanno così analizzato cinque idee comuni, che aiutano a fare chiarezza una volta per tutte. Una sorta di miti e leggende da sfatare.

Mito 1: L’investimento passivo garantisce un rendimento uguale al mercato

L’attrattiva di un approccio passivo è che è a “bassa manutenzione” e consente di ottenere rendimenti in linea con il mercato, ovvero con l’indice di riferimento, al netto dei costi. Tuttavia, il divario tra teoria e pratica può essere ampio. Basti pensare al fatto che lo stile passivo non tiene conto di una serie di informazioni e fattori, rilevanti per il valore e il prezzo di mercato, come il ribilanciamento dell’indice o lo stacco dei dividendi. “Sotto la superficie delle strategie passive succede molto di più di quanto la maggior parte degli investitori non capisca, e questo può avere un impatto significativo sui rendimenti, soprattutto nel lungo periodo”. In altre parole, gli investitori che scelgono l’approccio passivo esclusivamente per via dei costi più bassi devono capire che non potranno mai battere il mercato (cioè fare meglio) e anzi rischiano di sottoperformare l’indice, anno dopo anno

È vero anche che molti gestori attivi sottoperformano gli indici di riferimento, e a costi più elevati. Tuttavia, i gestori attivi qualificati possono e riescono a battere regolarmente i rendimenti passivi comparabili. “I gestori di alta qualità che investono in modo significativo nella ricerca, seguono un processo disciplinato, integrano considerazioni ambientali, sociali e di governance, hanno accesso al management delle società e applicano commissioni ragionevoli hanno dimostrato di poter capitalizzare in modo consistente l’inefficienza informativa del mercati”.

Inoltre, con strategie di monitoraggio degli indici sempre più complesse, la promessa di un investimento passivo a basso costo non è sempre mantenuta. T.Rowe Price cita ad esempio alcuni dei più recenti ETF che seguono indici più giovani e meno liquidi e hanno costi superiori a quelli di alcuni fondi gestiti attivamente. Senza contare che le commissioni applicate da alcuni gestori attivi sono diminuite notevolmente nell’ultimo decennio, proprio in risposta al significativo flusso di asset allocati alle strategie passive a basso costo.

Mito 2: Le strategie attive non riescono ad aggiungere valore in modo costante

Il gestore attivo medio non riesce ad aggiungere valore in maniera costante al netto delle commissioni. È uno degli aspetti più dibattuti, ma T.Rowe Price ricorda come ormai la definizione di “gestore attivo medio” sia una generalizzazione ampia e potenzialmente ingiusta, considerando che oggi sono diffuse anche strategie definite attive, ma che di fatto non lo sono. Sono più che altro “indicizzatori ombra”, ovvero portafogli che detengono un gran numero di titoli con un basso tracking error (cioè un basso scostamento di performance dell’attività finanziaria rispetto al suo indice di riferimento) e un’attività di trading minima, pur applicando commissioni più elevate.

Esistono invece molti gestori attivi che possiedono l’abilità e il rigore necessari per sovraperformare il mercato in modo costante. La parola chiave è “abilità”. “Per cogliere il potenziale di rendimento aggiuntivo che la gestione attiva cerca di offrire, è importante affidarsi a un gestore attivo esperto con ampie capacità di ricerca e un comprovato track record di sovraperformance nel tempo. Certamente, i risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. Gli investitori quindi dovrebbero cercare di capire la filosofia e il processo di investimento di un gestore attivo e le risorse dedicate a scoprire le società con il potenziale di sovraperformare”.

Mito 3: L’investimento passivo elimina il processo decisionale e potenziali pregiudizi

La natura a bassa manutenzione degli investimenti passivi è un’altra attrattiva fondamentale di questo approccio. Tuttavia, affermare che non vi è alcun processo decisionale attivo non è del tutto esatto, precisa T.Rowe Price. Perché anche prendere in considerazione un determinato indice di riferimento o mercato, piuttosto che un altro, implica una decisione. Quindi, se si scava nei dettagli, l’investimento passivo comporta sempre un certo grado di processo decisionale attivo.

Mito 4: L’investimento passivo limita l’esposizione al rischio

Gli investitori passivi sottolineano il fatto che, a differenza della gestione attiva, non c’è il rischio di una significativa sottoperformance del mercato. Seguendo un indice, il rischio è immediatamente limitato a quello del rispettivo indice (meno le commissioni). Tuttavia, questo ragionamento vede il rischio solo da una prospettiva ristretta e non riconosce la capacità di mitigazione del rischio di una gestione attiva.
Ad esempio, se un determinato settore è chiaramente sottoperformante o, al contrario, sembra essere significativamente sopravvalutato, gli investitori attivi possono limitare il rischio potenziale sottopesando o evitando del tutto quei settori. Gli investitori passivi, invece, non hanno altra scelta se non quella di rimanere completamente investiti nel mercato di riferimento. “Non è vero che l’investimento passivo limita il rischio potenziale, ma è vero il contrario. Con una strategia attiva, il gestore ha il pieno controllo sul livello di esposizione al rischio e su quale sia il punto esatto in cui passare in sottopeso o uscire del tutto da un investimento, a prescindere da quale sia la situazione”.

Mito 5: La gestione attiva è destinata a scomparire

I flussi di investimenti passivi sono cresciuti in modo sostanziale negli ultimi decenni tanto da aver ormai superato quelli dei gestori attivi. I sostenitori dell’investimento passivo vedono questa transizione come una tendenza chiara e inarrestabile. In effetti negli ultimi anni sono esplosi software di trading online, programmi di trading algoritmico e robo-advisor. Ma attenzione, perché “con l’aumento delle attività passive in gestione, anche il mercato azionario diventa più inefficiente dal punto di vista informativo. E quanto più il mercato è inefficiente, tanto maggiori sono le opportunità di sovraperformare per i gestori attivi competenti e orientati alla ricerca”.

T.Rowe Price ricorda come i mercati finanziari non necessariamente assorbono e rispondono rapidamente alle nuove informazioni e aspettative. “Questo non solo crea spazio per la gestione attiva per aggiungere valore, ma nell’identificare l’inefficienza, la gestione attiva può svolgere un ruolo centrale nel correggere tali anomalie di mercato e distorsioni dei prezzi e garantire un’allocazione efficiente e razionale del capitale”.

In conclusione

L’appassionato dibattito sulla gestione attiva contro quella passiva difficilmente si spegnerà. Anche perché ci sono argomenti validi da entrambe le parti. L’importante è non prendere le varie argomentazioni più comuni e diffuse come un dato di fatto, perché potrebbero non reggere a un esame più attento.

Una cosa è certa: la gestione attiva è fondamentale per l’efficienza complessiva dei mercati finanziari. “Conducendo ricerche fondamentali sulle società e incontrando i team di gestione, la gestione attiva porta alla cosiddetta “scoperta dei prezzi”. Pertanto, è grazie all’esistenza della gestione attiva che gli investitori passivi possono essere certi che i mercati siano efficienti e con prezzi ragionevoli. O, in termini più semplici, senza la gestione attiva non può esistere quella passiva”.

di Valeria Panigada

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Giornalista professionista, è laureata in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. In We Wealth scrive di mercati, economia e investimenti. Conduce la trasmissione Weekly Bell.

Domande frequenti su Gestione attiva o passiva? 5 miti da sfatare per fare chiarezza

Qual è il principale dilemma che anima il dibattito tra gli investitori secondo l'articolo?

Il principale dilemma è la scelta tra gestione attiva e passiva degli investimenti. Gli investitori si dividono tra sostenitori di una o dell'altra strategia, con convinzioni radicate su quale approccio sia più efficace per raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Cosa dimostrano le ricerche, come la Spiva Scorecard, riguardo alla performance delle strategie attive rispetto a quelle passive?

Le ricerche, come la Spiva Scorecard, indicano che in media le strategie attive non riescono costantemente a superare la performance delle strategie passive. Questo dato alimenta il dibattito sull'effettiva capacità della gestione attiva di generare valore aggiunto nel lungo periodo.

Qual è uno dei miti sfatati riguardo all'investimento passivo?

Uno dei miti sfatati è che l'investimento passivo garantisca un rendimento sempre uguale a quello del mercato. In realtà, anche l'investimento passivo può presentare delle variazioni rispetto all'andamento generale del mercato.

Qual è un'idea sbagliata comune riguardo alle strategie di gestione attiva?

Un'idea sbagliata comune è che le strategie attive non siano in grado di aggiungere valore in modo costante. L'articolo suggerisce che, sebbene difficile, la gestione attiva può generare valore in determinate condizioni di mercato.

Quale aspetto viene spesso frainteso riguardo all'eliminazione del processo decisionale nell'investimento passivo?

Si fraintende che l'investimento passivo elimini completamente il processo decisionale e i potenziali pregiudizi. Anche nella gestione passiva, la scelta degli indici e l'allocazione del capitale implicano decisioni che possono essere influenzate da bias.

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