Didi saluta Wall Street: Pechino vuole il delisting

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La tensione tra Didi e Pechino si concluderà probabilmente con il delisting dell’app di ride hailing dal Nyse. E intanto Washington chiede più restrizione sui flussi di capitale direzione Cina

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Secondo un rapporto Bloomberg, i regolatori cinesi hanno chiesto a Didi di presentare un piano per essere delistata dal New York Stock Exchange

Le azioni SoftBank, società che possiede una quota di minoranza in Didi, hanno chiuso giù del 5% a Tokyo. Negli Usa Didi ha perso il 7% nel premarket trading

Intanto nell’ultimo rapporto dell’US-China Economic Security Review Commission si chiedono più controlli sui flussi di capitali in direzione Cina

Alla fine sarà delisting. Dopo soli quattro mesi di permanenza a Wall Street, Didi Chuxing – app di ride-hailing cinese quotatasi negli Usa lo scorso giugno – deve fare già le valigie e tornare a casa.  A volerlo è stata la stessa Pechino. I motivi sempre quelli: nel braccio di ferro Usa-Cina quella dei dati è una partita che non può essere persa. La Cyberspace Administration of China, l’ente governativo predisposto alla sicurezza, sarebbe infatti preoccupata circa un’eventuale fuga di dati. Gli Usa ribattono: i flussi di capitale verso Pechino vanno limitati.

Privatizzazione o Hong Kong

Secondo quanto riportato da Bloomberg, l’agenzia che ha rilanciato la notizia, le proposte in esame a seguito del delisting sono due: privatizzazione diretta o quotazione sulla borsa di Hong Kong. Se si dovesse concretizzare la prima ipotesi, agli azionisti verrebbe probabilmente offerto almeno il prezzo di ipo di 14 dollari per azione, in quanto un’offerta inferiore a soli quattro mesi dall’ipo potrebbe indurre cause legali o resistenza degli azionisti. In caso di quotazione ad Hong Kong invece il prezzo delle azioni potrebbe essere più basso rispetto agli 8 dollari a cui viene scambiata attualmente Didi a Wall Street. Il delisting avviene a seguito del braccio di ferro tra l’azienda e il governo cinese. Didi infatti s’era quotata a giugno a New York, nonostante il dissenso di Pechino. Si tratta di una decisione che non ha precedenti.

Washington: restrizioni sui flussi verso la Cina

Intanto anche sull’altra sponda del Pacifico qualcosa si sta muovendo. Come riporta il Financial Times, una commissione governativa statunitense ha richiesto controlli più severi sui flussi verso i mercati di capitale della Cina in una mossa che, se approvata, avrebbe profonde implicazioni per i gestori patrimoniali e i fornitori di indici. L’ultimo rapporto annuale della US-China Economic Security Review Commission ha evidenziato le preoccupazioni per la sicurezza dovuti ad un enorme aumento degli investimenti statunitensi nella terra del dragone. “Un’impennata della partecipazione degli investitori statunitensi nei mercati cinesi sta superando la difesa del governo degli Stati Uniti contro le diverse minacce alla sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti poste dagli investimenti statunitensi in alcune società cinesi problematiche” si legge nel rapporto al Congresso. Tra il 2017 e il 2020 le posizioni statunitensi in titoli azionari e di debito cinesi sono aumentate del 57,5%, passando da 765 miliardi di dollari a 1,2 miliardi di dollari. Le implicazioni potrebbero ricadere sul risparmio gestito statunitense. BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisors sono tutti pesantemente investiti in Cina, e altri gestori, tra cui JPMorgan Asset Management e Morgan Stanley, stanno anche loro investendo in attività onshore nel mercato cinese.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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