Megatrend: 5 fondi e 10 titoli per decarbonizzare il portafoglio

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Investire per placare la “febbre” del Pianeta e ottenere rendimenti migliori, si può. A chiederlo non è più soltanto la generazione Greta

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Somel: “Il prossimo decennio rappresenta un periodo critico per ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’aumento delle temperature globali a un livello che limiti l’impatto sugli ecosistemi e sulla salute. E gli investitori si stanno rendendo conto di questa sfida”

Luiten: “Solo il 17% del consumo totale di energia proviene da fonti sostenibili, ma l’economia dell’energia verde sta rapidamente guadagnando spazio, rendendo questa transizione più accessibile e aprendo enormi opportunità di crescita”

Man mano che incendi, ondate di calore e tempeste crescono in frequenza e intensità, le misure legislative globali continuano a rafforzarsi. E anche i principali Paesi responsabili delle emissioni di CO2 tentano di rimettersi in carreggiata. Basti pensare a Joe Biden, che ha riportato gli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi e messo insieme un pacchetto sul clima da duemila miliardi di dollari in quattro anni. O il presidente cinese Xi Jinping, che si è impegnato a raggiungere la neutralità climatica entro il 2060. Obiettivi, insieme a quelli definiti dalle Nazioni Unite, che chiamano in causa anche i risparmiatori.
“Il prossimo decennio rappresenta un periodo critico per ridurre le emissioni di gas serra e contenere l’aumento delle temperature globali a un livello che limiti l’impatto sugli ecosistemi e sulla salute. E gli investitori si stanno rendendo conto di questa sfida”, osserva Randeep Somel, gestore del fondo M&G (Lux) Climate solutions di M&G Investments. Una sfida, spiega, che “richiede grandi investimenti”. Ma che apre lo spazio anche a un oceano di opportunità. Secondo Somel, “investire in aziende che forniscono soluzioni efficaci per il megatrend del cambiamento climatico” può infatti “aiutare a conseguire rendimenti finanziari sostenibili per gli azionisti, generando contemporaneamente un impatto positivo sul Pianeta e sulle persone”.
“Crediamo che gli investimenti debbano allinearsi con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”, aggiunge Ivo Luiten, lead portfolio manager equity impact investing di NN IP. Ma investire per combattere il climate change significa decarbonizzare ed “elettrificare” il proprio portafoglio, spiega. “Per ora, solo il 17% del consumo totale di energia proviene da fonti sostenibili, ma l’economia dell’energia verde sta rapidamente guadagnando spazio, rendendo questa transizione più accessibile, riducendo la necessità di sussidi e aprendo enormi opportunità di crescita per le energie rinnovabili, le reti intelligenti e lo stoccaggio”, racconta. Secondo il gestore, inoltre, entro il 2050 bisognerà utilizzare tecnologie ancora agli albori e attualmente utilizzate su scala limitata. “C’è un potenziale entusiasmante nel trasporto sostenibile, nell’idrogeno verde e blu, nello stoccaggio della cattura del carbonio per ridurre l’impatto dei settori ad alta emissione e nelle forme alternative di riciclo. Investiamo in aziende che offrono soluzioni in queste aree, comprese quelle che aiutano la transizione verso edifici green, l’agricoltura sostenibile e una distribuzione più efficace delle nostre risorse idriche”.

Nelle parole di Somel, invece, per riconoscere quali sono le aziende più virtuose, bisogna valutare il loro impatto in tre aree chiave. La prima è quella della generazione di elettricità, oggi responsabile delle maggiori emissioni di carbonio, considerando che l’energia pulita rappresenta “un’alternativa più economica rispetto ai combustibili fossili e più conveniente per il Pianeta”. La seconda area riguarda le aziende che forniscono soluzioni per l’affermazione di un’economia tech e green. Si tratta di settori come l’industria e il trasporto, che pesano per circa il 35% delle emissioni combinate. “Ciò include la mobilità elettrica e l’efficienza degli edifici”, continua Somel. Chiude il cerchio l’economia circolare, con l’eliminazione dei rifiuti e la valorizzazione di un sistema di riciclo a ciclo chiuso.

Certo, non mancano i rischi. A partire dal greenwashing, sia in termini di “singole aziende che cercano di attrarre investitori Esg (environmental, social, governance), sia in termini di fondi d’investimento che rivendicano un approccio sostenibile, ma non sempre ne sono all’altezza”, interviene Luiten. “Il nuovo regolamento Sfdr (Sustainable finance disclosure regulation) sta cercando di affrontare quest’ultimo aspetto, ma l’importanza di una ricerca fondamentale rigorosa e di un’analisi bottom-up non può essere sottovalutata. Un altro rischio è investire in aziende che non hanno ancora dimostrato di saper monetizzare i loro modelli di business”, argomenta il gestore.

Diverso l’approccio di M&G Investments: “Un modo per valutare se le aziende all’estremità alta della scala delle emissioni prendono sul serio questo problema è controllare la loro disponibilità a fissare obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con l’Accordo di Parigi o allineati con la Science based target initiative”, spiega, ricordando come l’adozione delle linee guida stabilite dalla Taskforce for climate related financial disclosure rappresenti a sua volta un buon indicatore per verificare che le aziende siano realmente attrezzate per quantificare e mitigare questi rischi.

C’è però infine un altro gap da considerare, lato investitori. Secondo una recente indagine di Robeco che ha coinvolto 300 big investor istituzionali provenienti da Europa, Nord America e Asia Pacifico con masse in gestione sui 23.400 miliardi di dollari, sebbene il cambiamento climatico rappresenti una priorità nelle scelte d’investimento, solo il 17% è in grado oggi di incamminarsi verso questa direzione. Anche per una mancanza di competenze. “Per alcuni investitori, può essere difficile abbandonare l’approccio tradizionale di rapportare il rischio a un indice, dove i titoli della vecchia economia possono ancora avere un peso significativo. Inoltre, molti gestori mirano a ridurre l’impronta dei loro portafogli, mentre noi facciamo il passo successivo, puntando a evitare del tutto le emissioni di carbonio. Un’altra questione è la disponibilità e la qualità dei dati; ci vogliono molte risorse dedicate per scoprire opportunità veramente sostenibili e costruire un solido caso d’investimento. La responsabilità dei gestori è quella di selezionare i manager che hanno le competenze e l’esperienza per vedere il potenziale di una soluzione ambientale e separare i vincitori dai perdenti attraverso le catene di valore”, conclude Luiten.

 

Articolo tratto dal magazine We Wealth di luglio-agosto 2021

La selezione è stata fatta utilizzando i termini “climate change” e “carbon” all’interno del nome del fondo. Il raggruppamento dei fondi è diverso da quello utilizzato da Morningstar. Dati in euro aggiornati al 3 giugno 2021 – Fonte: Morningstar Direct
Fonte: elaborazione We Wealth su informazione raccolte dalle società di gestione del risparmio coinvolte nel sondaggio. Dati aggiornati al 30 giugno 2021

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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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