I bond irredimibili non sono una panacea

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Uno degli argomenti toccati nel dibattito sulla “ricostruzione post bellica” da covid è stato quello dei bond irredimibili, considerati da molti una soluzione ai problemi di liquidità del Paese pre-recovery fund. Ma esiste anche l’altra campana…

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A causa delle misure anti-covid-19, il debito sovrano italiano, sta esplodendo. Prima della crisi, si attestava già a un ingombrante 135 per cento. Ora, le proiezioni parlano di un 167 se non 170 per cento. Alcuni propongono l’emissione di titoli perpetui. Obbligazioni che pagano solo interessi periodici, senza rimborso del capitale investito.

Questo l’assunto teorico: in presenza di uno shock grosso e isolato, la soluzione ideale sarebbe un’emissione perpetua. Tuttavia, nella situazione attuale i contro supererebbero i pro, scrive Maria Cannata su Lavoce.info.

Secondo alcuni, i bond perpetui avrebbero la virtù diridurre il rapporto debito/pil del nostro Paese, in quanto, a causa del mancato rimborso del capitale, non costituirebbero indebitamento. I risparmiatori italiani dal canto loro apprezzerebbero la totale esenzione fiscale.

Bond irredimibili, perché non può funzionare

Il principio contabile europeo Esa 2010 individua i titoli perpetui fra gli strumenti di debito. Quindi, secondo la procedura dei disavanzi eccessivi, questi devono essere registrati al loro valore facciale. Ossia contribuiscono alla creazione di debito. Inoltre, non si tratta di un prodotto per cui c’è molta domanda. Per questo motivo, nessun emittente li propone. Risultano invece molto più appetibili i titoli a lungo termine (15, 20, 30 anni e più). Anche in questo caso però, sono i titoli decennali a farla da padrone nella composizione della domanda.

Il 2019 è stato l’anno in cui l’Italia ha emesso in assoluto il maggior quantitativo di titoli con durata di 15 anni e oltre. Si è trattato però dell’11 per cento delle emissioni totali. Per di più, è proprio nei collocamenti di Btp a più lungo termine che la domanda italiana è maggiormente sottodimensionata rispetto a quella estera. Il motivo è che l’investitore retail è quello meno propenso ad allungare la durata del suo portafoglio: recuperare (almeno) il capitale investito è il suo obiettivo principale. Indurlo a rinunciarvi significherebbe aumentare notevolmente il rendimento dei bond irredimibili, non certo il 2% proposto da alcune parti. Nemmeno lo sgravio fiscale sarebbe un incentivo sufficiente.

Nemmeno il paragone con l’emergenza bellica, conclude Cannata, sarebbe un valido motivo di scelta. Se ci fosse la guerra, non ci sarebbero davvero alternative. Invece adesso l’accesso al mercato è fluido. A supportarlo, ci sono la Banca centrale europea (che acquista titoli al più triennali) la stessa Europa col suo pacchetto di stimoli senza precedenti. Risorse che, anche quando sono prestiti, godono di tassi quasi nulli.

Infine, i rendimenti delle obbligazioni rifugio resteranno bassi per almeno cinque anni, dicono Innes McFee e Alessandro Theiss, economisti di Oxford Economics. Ogni aumento dei rendimenti sarà “graduale e limitato” fino almeno al 2024. Nonostante le emissioni record, “l’aumento dei risparmi del settore privato e la domanda da parte delle Banche centrali manterrà i flussi di domanda e offerta per attività sicure in equilibrio”.


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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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