Coronavirus: nuovo boom di crediti deteriorati in arrivo

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Nel 2021 è in arrivo una nuova ondati di crediti deteriorati. Quali saranno gli effetti reali sul sistema complessivo dei mancati pagamenti che si andranno ad aggiungere all’ingente stock di crediti deteriorati già in pancia alle banche?

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Il blackout dei fatturati e degli incassi determinatosi nei primi mesi dell’anno con l’insorgere della pandemia da coronavirus ha prodotto nell’immediato la paralisi dei pagamenti di locazioni, finanziamenti, dipendenti e debiti commerciali. Da li è iniziata una serie di default a cascata, che si stanno propagando e che il clima di incertezza non facilita a sanare.
Quali saranno gli effetti reali sul sistema complessivo di questi mancati pagamenti  che si vanno ad aggiungere all’ingente stock di crediti deteriorati già in pancia alle banche e ai professionisti del recupero?
Oggi le paratie sono ancora alzate: moratoria sui prestiti (secondo i dati del Mef per circa 300 miliardi di euro) e blocco dei licenziamenti. Ma le tensioni sul credito bancario si manifestano e raggiungono il picco in ritardo rispetto all’emergere della crisi stessa e, tra breve – quando l’effetto barriera degli interventi governativi cesserà e famiglie e imprese dovranno riprendere i pagamenti dai primi mesi  del 2021 – gli analisti e gli operatori sottolineano che potrebbe arrivare il vero tzunami, anche peggiore di quello seguito al bubbone subprime. Potremmo tornare di colpo ai livelli dei Non performing loans (Npl) del 2014.
Le banche, fortunatamente, hanno compiuto negli ultimi anni un lavoro importantissimo, sia di recupero che di cessione e hanno guadagnato spazio per assorbire nuovi Npl. Ma potranno reggere l’onda d’urto senza sollevare lo spettro di una crisi di solvibilità, soprattutto nei casi in cui la patrimonializzazione è più bassa?

Gli esperti ritengono che il mercato italiano potrà difficilmente affrontare, nelle condizioni attuali, la nuova ondata. In un mondo cambiato tanto velocemente e radicalmente servono strumenti nuovi ed è necessario un nuovo modello di industria del credito deteriorato, più su larga scala, con obiettivi di tempistica e valore differenti e, soprattutto più “etica” e socialmente responsabile.

Un po’ come al pronto soccorso, al triage, andranno individuati per primi quegli incagli o unlikely to pay – ossia i crediti che saranno difficilmente pagati ma che non sono ancora in sofferenza – che possono essere gestiti dalle banche stesse, senza cederli a recuperatori, per cercare di riportarli in bonis. Obiettivo non semplice, visto che quell’inadempimento deriva verosimilmente da una perdita di fatturato e di flussi di cassa che sono andati definitivamente perduti.

Le cessioni saranno poi complicate dal fatto che oggi sul mercato gli operatori sono più numerosi e la concorrenza di un player a capitale pubblico come Amco potrebbe fare la differenza. Inoltre, i margini vedranno una inevitabile contrazione e il recupero sarà più lungo e complicato. Nel contesto di incertezza attuale e di crescente paura di un nuovo lock down, non sarà semplice per i debitori assumere impegni di pagamento di nuove rate e il valore dei portafogli si ridurrà di conseguenza.

Il cambiamento di paradigma indispensabile in questo “nuovo mondo” che dovremo affrontare riguarda dunque gli obiettivi e le modalità del recupero.

Fino a ora, il business dei servicer si è concentrato sul massimizzare il recupero e contrarre più possibile i tempi. Ora serve sostenere in modo responsabile e adeguato l’economia delle famiglie, degli artigiani e dei piccoli imprenditori, che hanno maggiormente sofferto – e purtroppo soffriranno –  i danni della pandemia.

Servono dunque nuove misure normative che disciplinino – nel mutato contesto – una procedura di esdebitazione responsabile, che consenta quella completa “riabilitazione economico-finanziaria” al soggetto che se ne avvale, già prevista dalla legge 3/2012 per le crisi di sovra indebitamento.

D’altro canto, saranno necessari per queste finalità interventi da parte di soggetti “qualificati” – che impieghino anche fondi pubblici e che dispongano di denaro “paziente”- da investire in tempi lunghi, compatibili e sostenibili, con un intento di responsabilità sociale differente nei confronti dei debitori che veramente ne hanno la necessità e la volontà, trasformando un credito incerto in un flusso di cassa certo, pur se nel lungo termine.

In sintesi, meno prebende a pioggia che dissipano risorse e non portano alcun beneficio, se non elettorale e immediato, ma maggiori investimenti pubblici seri e con una vera “finalità sociale” per far rialzare prospettive e fiducia.


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di Maurizio Fraschini

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Avvocato del Foro di Milano e Parigi, è partner dello studio Plusiders. Si occupa di M&A, real estate e private equity. Ha una consolidata esperienza nella strutturazione e realizzazione di operazioni
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