Trump alla Cina: via da Wall Street

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Sembrava quasi finita, e invece no. Un’ulteriore escalation si aggiunge alla disputa in corso tra le due maggiori economie del mondo: il presidente Usa Trump minaccia il delisting della Cina da Wall Street

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Una mossa che allarma i mercati e gli animi degli operatori, nervosi per il clima da vale tutto, proprio in concomitanza dell’annuncio delle due potenze di aver fissato una data per il prossimo round di negoziati commerciali

I media cinesi definiscono le potenziali restrizioni come “l’ultimo tentativo di dissociazione” tra Washington e Pechino, avvertendo che le stesse comporterebbero “ripercussioni significative per le due economie, oltre che per le loro società”

Gli investitori però guardano con sempre maggior interesse ai capitali asiatici e in particolare cinesi. Per questo gli indici azionari e obbligazionari stanno riformulando il loro processo di inclusione per dare spazio alla crescente rilevanza dei titoli cinesi

Si tratta di indiscrezioni di stampa (Bloomberg). Ma Trump starebbe valutando il delisting da Wall Street delle azioni cinesi. Una mossa che allarma i mercati e gli animi degli operatori, nervosi per il clima da vale tutto, proprio in concomitanza dell’annuncio delle due potenze di aver fissato una data per il prossimo round di negoziati commerciali. Si unirebbe al delisting la possibilità di limitare gli investimenti statunitensi in Cina, come ad esempio quelli legati ai fondi pensione governativi. Si tratta ancora di supposizioni. Ma tanto è bastato perché i media cinesi definissero le potenziali restrizioni come “l’ultimo tentativo di dissociazione” tra Washington e Pechino. Avvertendo inoltre che le stesse comporterebbero “ripercussioni significative per le due economie, oltre che per le loro società”.

Trump caccia la Cina da Wall Street: una “minaccia vana”?

La società di investimento Jefferies ritiene che le ipotizzate restrizioni “difficilmente si materializzeranno”. Aggiunge poi che “andrebbero contro le regole del Wto” e che un delisting forzato “danneggerebbe lo status di Wall Street quale centro finanziario globale”. Dello stesso avviso è Paras Anand, head of asset management Asia Pacific di Fidelity International, il quale definisce “vana” la nuova minaccia. Sarebbe infatti “difficile ottenere il necessario livello di sostegno politico interno per un intervento così diretto sul funzionamento dei mercati dei capitali americani”.

Gli investitori infatti guardano con sempre maggior interesse ai capitali asiatici e in particolare cinesi. Per questo gli indici azionari e obbligazionari stanno riformulando il loro processo di inclusione per dare spazio alla crescente rilevanza dei titoli cinesi. Oggi l’Asia rappresenta più del 40% della produzione economica mondiale. Nonostante questo, solo un quinto dei benchmark globali più comuni li include. Inoltre, in Asia si assiste a una crescita del numero di titoli quotati. Si tratta di un trend inverso a quello in atto negli Usa: qui, il passaggio dai mercati pubblici a quelli privati ha ridotto il numero di titoli quotati negli ultimi dieci anni.

Gli outlook Usa e Cina

Nel frattempo i dati macroeconomici hanno mostrato che negli Stati Uniti i consumi privati hanno rallentato nel mese di agosto, mentre gli ordini di beni durevoli sono cresciuti. Gli acquisti di beni strumentali (indicativi della fiducia nella crescita economica) però sono diminuiti, registrando un ulteriore contrazione nel quarto trimestre dell’anno: il che “offre ulteriori prove del fatto che le tensioni commerciali tra Cina e Usa stanno avendo un impatto sull’industria americana”, afferma James Knightley, chief international economist di Ing.

S&P Global Ratings intanto ha confermato il rating sul credito cinese ad ‘A+’ sul lungo periodo, con outlook stabile, e ad ‘A-1’ sul breve periodo. “Le prospettive stabili riflettono la nostra opinione sul fatto che la Cina manterrà una crescita del Pil superiore alla media e che otterrà migliori risultati fiscali nei prossimi tre/quattro anni. Prevediamo che l’espansione del prodotto interno lordo reale pro-capite rimarrà al di sopra del 5% annuo, anche se la crescita degli investimenti pubblici rallenterà ulteriormente”.

L’agenzia ha però aggiunto che sono “numerosi i fattori che esercitano ed eserciteranno pressioni al ribasso sull’economia cinese”. Ossia, “gli sforzi del governo nel frenare i rischi finanziari, l’indebolimento della crescita globale e le incertezze associate alle tensioni bilaterali con gli Usa. Tutto questo ha portato a un peggioramento delle aspettative d’espansione per i prossimi anni, ma continuiamo a vedere una crescita del Pil reale superiore al 5% a/a per i prossimi tre o quattro anni”.


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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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