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Chesapeake Energy, l’azienda simbolo del boom dello shale, finisce in bancarotta e chiede la protezione del Chapter 11
Il caso di Chesapeake fa sorgere inevitabili preoccupazioni sull’ obbligazionario high yield statunitense, particolarmente esposto al comparto energetico
L’azienda ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con la maggior parte dei suoi creditori per la ristrutturazione di 7 dei 9,5 miliardi di dollari debito che gravano sul bilancio dell’azienda e che alcuni creditori si sono impegnati a sottoscrivere nuove azioni della società per circa 600 milioni di dollari. “Stiamo fondamentalmente resettando la struttura del capitale e il business di Chesapeake, per correggere la debolezza finanziaria che abbiamo ereditato e capitalizzare sulla nostra sostanziale forza operativa» ha commentato l’ad Doug Lawler.
Ma il caso di Chesapeake Energy, che si è susseguito all’avvio delle procedure per il Chapter 11 da parte del gruppo americano attivo nello shale oil Whiting Petroleum Corp. fa sorgere inevitabili preoccupazioni sull’ obbligazionario high yield statunitense, particolarmente esposto al comparto energetico. Basti pensare che, stando ai dati forniti da Refinitiv lo scorso 13 marzo, il BAML U.S. High Yield Index, che guarda alle aziende Usa che emettono titoli di debito ad alto rendimento, presenta una forte esposizione al settore energia, pari all’11,7%, (oltre il quadruplo rispetto all’S&P500 dove l’energia ha un peso di circa il 2,8%).
Stando a una recente analisi di Deloitte, il 31% degli operatori del settore shale statunitensi è “tecnicamente insolvente” in uno scenario che vede il prezzo del petrolio a quota 35 dollari al barile, mentre un altro 20% risulta in una situazione di ‘stress’. Percentuali che raggiungerebbero rispettivamente il 49 e 25% se il prezzo scendesse a 20 dollari al barile.

