Startup, ondate di licenziamenti nel mondo: Italia pronta a resistere

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Sapevate che negli ultimi mesi Uber ha licenziato ben 6.700 dipendenti? E Groupon 2.800? Sono solo alcuni dei numeri che mostrano gli effetti della pandemia sull’ecosistema globale delle startup. Ma per le italiane c’è una speranza di ripartenza. Secondo Coletta di Italia Startup, potrebbero uscirne “addirittura rafforzate”

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Airbnb ha lasciato a casa 1.900 dipendenti, pari al 25% del totale

I settori più colpiti in Italia sono il turismo e l’intrattenimento

Le misure governative di sostegno alle startup italiane potrebbero risultare insufficienti, trattandosi di provvedimenti con effetti nel medio-termine

Era l’11 marzo quando il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito il coronavirus una pandemia. Da allora, in giro per il mondo si sono riversate sulla popolazione ondate di licenziamenti, che non hanno lasciato immune l’ecosistema delle startup. Sapevate che Uber, punto di riferimento mondiale nel trasporto automobilistico privato, ha lasciato a casa negli ultimi mesi ben 6.700 dipendenti? E i numeri delle altre aziende innovative, raccolti da Layoffs.fyi, non sono più rassicuranti. Per Groupon si parla di 2.800 dipendenti, il 44% del totale, per Airbnb 1.900, pari al 25%. We Wealth ha approfondito il tema con Angelo Coletta, presidente di Italia Startup, per comprendere quali sono stati gli effetti del covid-19 sul territorio nazionale.
“Gli statunitensi, avendo una legislazione che glielo permette, espellono immediatamente collaboratori per mantenere un equilibrio sulla barra dei costi. In Italia il mercato è diverso, anche dal punto di vista dimensionale”, spiega Coletta. In particolare, le startup che pensavano di fare raccolta fondi negli scorsi mesi, non hanno incontrato una situazione positiva. “Sul sistema è arrivata una batosta forte. Alcune delle nostre startup chiaramente stanno cercando di resistere applicando la resilienza, altre hanno fatto brillanti pivoting (cambi di strategia legati al posizionamento del prodotto o servizio sul mercato o a modifiche dello stesso, ndr), soprattutto quelle che lavoravano in settori particolarmente colpiti come il turismo. Altre ancora hanno conosciuto un vero e proprio boom legato al covid-19, come le startup che si occupano della formazione dei bambini, le video conferenze, il biotech, la stampa 3d”.

Indipendentemente dai settori, spiega, l’impatto primario è stato sicuramente finanziario, che potrebbe fare più danni tra le startup giovani che “saranno le scaleup dei prossimi quattro o cinque anni”. “Il rischio è che il coronavirus abbia i risvolti di una guerra, scavando un fosso in una generazione di startup e restringendo la pipeline di investitori dei prossimi due o tre anni”.

In questo contesto, le misure governative di sostegno al settore potrebbero risultare insufficienti, trattandosi di provvedimenti importanti in termini di numeri ma con “un respiro di medio-termine”. Secondo Coletta, bisognerebbe rafforzare quelle iniziative che possono avere una ricaduta immediata sulla liquidità delle startup, suggerendo dunque alcuni miglioramenti al decreto: il potenziamento del credito di imposta per gli investitori, una moratoria di 12 mesi per le startup che hanno un debito in corso con le banche, un fondo di venture debt con un massimale di un milione per operazione per coprire una platea più ampia di startup, e infine la restituzione diretta alle startup che hanno in pancia dei crediti imposta o dei crediti iva di queste somme in modo tale che possano immediatamente trasformarle in liquidità.

“Nei prossimi tre mesi mi auguro che in sede di conversione del decreto passino misure con impatto immediato, perché sono quelle che permetteranno nel prossimo semestre  di valutare il reale sostegno dell’intervento normativo alle startup”, aggiunge Coletta, che conclude: “Se non le facciamo morire di crisi di liquidità, il complesso degli interventi è ben strutturato e potrebbero uscirne addirittura rafforzate”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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