Banche europee a rischio perdite su crediti per 800 mld

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Uno studio di Oliver Wyman traccia a 400 miliardi le perdite su crediti per le banche europee nel prossimo triennio. E la cifra potrebbe raddoppiare in caso di un secondo lockdown. Per questo è importante parlare di rinascita e non di mera sopravvivenza del sistema bancario

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Il report stima che i ricavi potrebbero calare di 180 miliardi quest’anno, a 385 miliardi. Nel 2022 non si tornerà al livello del 2019, con i profitti che resteranno a -30 miliardi di euro rispetto al triennio precedente

Il reddito da interessi netti calerà dell’8% nel 2021 rispetto al 2019. Questo svantaggerà le banche che servono il settore retail e commerciale rispetto a quelle maggiormente impegnate nelle attività di investment banking e di wealth management

Senza gli aiuti pubblici sarebbe stato peggio. Ma per sopravvivere l’industria dovrà intraprendere un serio taglio dei costi, ridurre i bilanci e saper intervenire nella ristrutturazione delle imprese in difficoltà. E poi, non si potrà prescindere da una seria politica di fusioni e acquisizioni e dall’unione bancaria europea

Le perdite su crediti delle banche europee

La crisi pandemica fa andare in secca la liquidità. Ne sanno qualcosa imprese e famiglie. Lo European Banking Outlook 2020 di Oliver Wyman, “Aim for revival. Non just survival”, dipinge un panorama a tinte fosche per il settore bancario europeo (Ue, Regno Unito, Norvegia) – ancora non del tutto fuori dalla crisi del 2008 – di qui al 2022.

Tutte le banche del Vecchio Continente si troveranno a soffrire un deterioramento del loro portafoglio crediti sia retail che corporate: la stima è di 400 miliardi di euro, cifra che supera di due volte e mezzo quella del triennio 2017-2019. Si tratta dello scenario di base: in caso di nuovo lockdown le perdite potrebbero arrivare a 800 miliardi (il 10% dei prestiti bancari complessivi).
Il report stima che i ricavi potrebbero calare di 180 miliardi quest’anno, a 385 miliardi, anche se non dovessero esserci più quarantene. Nel 2022 non si tornerà ancora al livello del 2019, con i profitti che resteranno ancora a -30 miliardi di euro rispetto al triennio precedente. Christian Edelmann, co-head dei servizi finanziari europei di Oliver Wyman ammette che gli istituti di credito europei saranno “fortemente suscettibili a shock ulteriori” e che saranno meno inclini a concedere prestiti. Le banche continentali e britanniche sono profittevoli la metà rispetto alle controparti americani. In particolare, la situazione dei crediti deteriorati è critica in Italia e in Grecia.
Si stima inoltre che il reddito da interessi netti (tassi su prestiti meno quelli su depositi) calerà dell’8% nel 2021 rispetto al 2019. Il che svantaggerà le banche che servono il settore retail e commerciale rispetto a quelle maggiormente impegnate nelle attività di investment banking e di wealth management. I business di pagamenti, finanziamenti al commercio e carte di credito stanno già segnando il passo. Una fonte di rischio potrebbe poi arrivare dal fallimento delle piccole imprese una volta che gli aiuti pubblici saranno terminati.

Rinascita, non sopravvivenza

L’aumento degli npl e dell’erosione dei ricavi costerà in media al settore del credito un calo dell’indice di solidità patrimoniale (Cet1) dal 15 al 13,8% nel prossimo triennio, con il Roe che dal 6% crollerà a zero quest’anno, per recuperare al 5,3% entro la fine del 2022. “Ma le cose sarebbero potute andare peggio”, ammonisce il report, plaudendo agli interventi governativi. Senza il supporto pubblico, le banche sarebbero fallite. E a beneficiarne sono state anche le banche di investimento. Per sopravvivere però l’industria dovrà intraprendere un serio taglio dei costi, ridurre i bilanci e saper intervenire nella ristrutturazione delle imprese in difficoltà. Anche Edelmann, come del resto Enria, sostiene che per essere resilienti alla crisi non si potrà prescindere da una seria politica di fusioni e acquisizioni e da una unione bancaria europea.


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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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