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La parola “wealthtech” sarebbe la più menzionata dagli influencer del wealth management su Twitter quest’anno. La survey è stata condotta su 200 società attive nel settore. Al secondo e terzo posto per menzione, “personal finance” e “financial planning”
“Non mi stupisce che anche su Twitter se ne parli. Tutte le grandi aziende della gestione patrimoniale lo hanno messo al centro della propria crescita. Si possono costruire esperienze cross-aziendali”
“Le imprese tech del risparmio gestito sono nate non certo per far risparmiare i costi, ma per innovare il settore, per creare nuovi modelli di business nativi digitali. Il taglio medio degli investimenti però era (ed è ancora…) molto basso”
Wealthtech 2020, si torna alle origini
Laura Grassi fa un passo indietro, tornando alle origini del fenomeno. “Quando gli operatori del wealthtech – come startup – sono iniziati ad emergere sul mercato, avevano un vantaggio di costo rispetto alle imprese tradizionali, a parità di qualità del servizio. Si trattava di una sorta di macchinina con il pilota automatico”. Presto però in queste nuove imprese si è riscontrata una situazione di perdita contabile dovuta agli ingenti costi di funzionamento e alle basse cifre nei portafogli. “Le imprese tech del risparmio gestito sono nate non certo per far risparmiare i costi, ma per innovare il settore, per creare nuovi modelli di business nativi digitali. Il taglio medio degli investimenti però era (ed è ancora…) molto basso. Parliamo di meno di 10.000 euro”. La diffidenza del risparmiatore gli fa allocare le sue risorse presso varie società fintech, “per provare”, prosegue la direttrice dell’Osservatorio.
I clienti delle piattaforme digitalmente avanzate hanno conosciuto un mondo nuovo, quest’anno. Lo hanno visitato, utilizzato. Sono (forse) tornati indietro. Ma il passo lo hanno compiuto: ora, nel territorio del fintech e del wealthtech, sapranno tornarci, se serve. E i consulenti lo sanno. Per questo ne parlano su Twitter.

