La galassia dei bond perpetui, attenzione ai falsi miti

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Visto che non giungono mai a maturazione, i bond perpetui possono essere assimilati alle azioni. Vi sono però altri aspetti da considerare

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È fresca la notizia che Intesa Sanpaolo ha lanciato un bond perpetuo Additional Tier 1 in due tranche, da 750 milioni di euro ciascuna. L’emissione ha registrato un grande successo: gli ordini totali (6,5 miliardi) hanno superato di quattro volte l’importo messo sul mercato. Del resto, era stata la stessa Bce nei mesi passati a incentivarla.

Cos’è un bond perpetuo? È un’obbligazione che non giunge mai a maturazione, corrispondendo cedole fisse all’infinito, teoricamente. Questa caratteristica della non scadenza rende il titolo perpetuo simile alle azioni. Ma la cedola fissa lo classifica come obbligazione.

Vantaggi e svantaggi dei bond perpetui

Si ipotizzi una emissione di 1.000 miliardi di titoli con tasso cedolare all’1 per cento. In tal modo, si raccoglierebbero fondi per 1.000 miliardi pagando solo 10 miliardi l’anno di interessi. Dovrebbero essere pagati per sempre, costituendo un onere per le generazioni future, ma almeno per la generazione corrente, sarebbero modo molto economico per reperire risorse.

Se, ad esempio, il titolo è emesso con un tasso cedolare dell’1 per cento, ma il mercato richiede il 2 per cento, a fronte dell’emissione di titoli per 1.000 miliardi, lo Stato si limita ad incassare la metà di quella cifra. Si contabilizza quindi un debito per 1.000 miliardi, ma si raccolgono fondi solo per 500. Se poi il rendimento richiesto dal mercato fosse al 4 per cento, i fondi raccolti si dimezzerebbero ulteriormente, scendendo a soli 25 miliardi.

Tanto più è lunga la vita di un titolo (a rigore, la sua maturity), quanto più il titolo sarà volatile. Qui la vita del titolo è infinita, il che comporta il massimo della volatilità: piccole variazioni dei tassi di interesse, specie quando questi sono piuttosto bassi, determinano grandi variazioni del valore del titolo. Il vantaggio per lo Stato è che viene eliminato il rischio di rollover, cioè il possibile aumento dei tassi nel momento in cui il titolo giunge a scadenza e l’emittente si trova a dover rinnovare il debito. Ma questo rischio viene trasferito sull’investitore che quindi richiederà una maggiore remunerazione. Ci sono poi altri tre rischi: inflazione (soprattutto se i tassi non sono indicizzati), default emittente, illiquidità (non esiste un mercato per i bond perpetui).

Due esempi contemporanei

Oggi non esistono più titoli perpetui in circolazione. Uno di quelli a più lunga scadenza è un’obbligazione a 100 anni emessa dell’Austria nel settembre del 2017 a un tasso del 2,1%. L’emissione fu riaperta nel giugno 2019 a un tasso del 1,171%, per cui il titolo fu collocato a 154,05 euro per ogni 100 euro di valore facciale. Ad agosto del 2019 il prezzo salì ancora fino a 210 euro (rendimento a 0,61 per cento). Per chi aveva comprato sotto 100 nel 2017 il guadagno fu enorme. Ma nel giro di poche settimane il prezzo crollò.

Altro esempio recente di titolo a lunga scadenza è rappresentato dal Matusalem argentino. A giugno del 2017 l’Argentina collocò titoli in dollari a 100 anni. Il controvalore era di 2,75 miliardi, il tasso cedolare del 7,125%. Malgrado il successo iniziale, che consentì un’emissione vicina a 100, alla data del 20 aprile scorso il prezzo di quel bond era sceso a 29 centesimi, corrispondente a un rendimento del 27%.


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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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