Materie prime, le osservate speciali della Guerra Fredda 2.0

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Le tensioni geopolitiche con Mosca potrebbero modificare non soltanto le leve capaci di condizionare il contesto macro, ma anche i tradizionali approcci degli investitori a concetti come beni rifugio e diversificazione

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Con il perpetrarsi del conflitto in Ucraina e l’assenza di una chiara prospettiva sulla sua risoluzione, in molti hanno evocato il parallelo con la Guerra Fredda, il conflitto ideologico che contrappose la Russia e l’Occidente per i quarant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, invocando l’entrata in scena di una Guerra Fredda 2.0. Quello che potrebbe emergere dalle attuali tensioni, tuttavia, appare molto diverso dagli esiti passati. In particolare, a mancare potrebbero essere i risvolti positivi generati dalla contrapposizione e dalla competizione dei due blocchi, come l’assistenza reciproca tra i paesi alleati, la liberalizzazione del commercio e la crescita economica. Al netto del fatto che, questa volta, un vincitore potrebbe non esserci. 

Le conseguenze? Secondo gli esperti di Goldman Sachs Asset Management, in primis l’entrata in scena di nuove leve capaci di condizionare i dati macroeconomici rispetto al passato, come le materie prime, che potrebbero limitare la capacità delle banche centrali e dei loro strumenti tradizionali nell’attenuare gli shock esogeni su crescita e inflazione. Inoltre, la necessità di una revisione del tradizionale approccio agli investimenti, con la finanza costretta a individuare nuovi beni rifugio e a riconsiderare le opportunità di diversificazione del portafoglio. Approfondiamo il perché con Maria Vassalou, PhD, Co-chief investment officere Amy Yifan Zhou, PhD, del team Multi-asset solutions della società. 

Durante la Guerra Fredda 1.0, i due blocchi geografici crebbero in modo indipendente, nonostante la continua corsa agli armamenti” affermano Vassalou e Yifan Zhou. In particolare, “negli anni Cinquanta e Sessanta, l’economia statunitense crebbe di circa il 3,8% all’anno, mentre quella sovietica del 5% l’anno”, secondo l’analisi The World Economy: A Millennial Perspective dell’economista britannico Angus Maddison, pubblicata nel 2001. In seguito alla crisi energetica degli anni Settanta, la crescita americana si stabilizzò intorno al 3%. L’economia russa, invece, beneficiò inizialmente dell’aumento dei prezzi delle materie prime in seno alla crisi, ma la costosa corsa agli armamenti indebolì la crescita e portò col tempo al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. 

Tuttavia, “questa volta è diverso” continuano da Goldman Sachs, dato che la Guerra Fredda 2.0 si prospetta come “un gioco a somma negativa per la crescita economica, a danno di entrambe le parti”. E in questo contesto, sono le materie prime, tra cui il gas, a muovere l’ago della bilancia. “Sebbene gli Stati Uniti godano di una posizione migliore in termini di indipendenza energetica, non sono del tutto immuni ai rischi di aumento del costo della vita e dei costi di produzione. – ricordano Vassalou e Yifan Zhou – L’indebolimento del potere d’acquisto potrebbe ridurre i consumi delle famiglie, mentre la minore disponibilità a produrre potrebbe accentuare le disfunzioni della catena di approvvigionamento che da tempo gravano sull’economia globale”. 


Le materie prime, però, potrebbero rappresentare per la Russia un’arma a doppio taglio, riecheggiando quanto avvenuto negli anni Ottanta: “per il momento, la riduzione della quantità delle esportazioni [di petrolio e gas] è compensata dall’aumento dei loro prezzi, ma con il passare del tempo le ripercussioni si faranno sentire. Per contro, le sanzioni occidentali hanno ridotto il commercio dei prodotti petroliferi russi a mercati minori e a prezzi scontati, mentre le spese continuano ad accumularsi a causa della dura guerra in atto contro l’Ucraina”. Le conseguenze potrebbero inoltre aggravarsi: “se l’economia globale dovesse entrare in un periodo di rallentamento significativo, i prezzi dell’energia probabilmente diminuirebbero insieme alla domanda, minando ulteriormente la posizione della Russia”. Senza contare al lungo termine, quando i piani per favorire l’autonomia dei Paesi oggi dipendenti dalle materie prime russe potrebbero essere compiuti. 

La centralità delle materie prime del condizionare i dati macroeconomici potrebbe avere anche delle ripercussioni sulla costruzione dei portafogli. “La Guerra Fredda 2.0 potrebbe finire per ridefinire la tipologia dei beni rifugio dei Paesi sviluppati”, che potrebbero essere “oscurate dalla dipendenza della rispettiva economia dalle importazioni di energia” e pesare sulle prospettive dei Mercati emergenti che, se esportatori di materie prime potranno “avere una certa capacità di contrastare le sfide della crescita e dell’inflazione con un miglioramento della bilancia commerciale”, mentre coloro “dipendenti dalle importazioni di prodotti alimentari e di carburante” potranno “rivelarsi particolarmente vulnerabili anche in assenza di rapporti commerciali diretti con la Russia”. 

Non solo. Gli investitori dovranno prestare attenzione anche alle implicazioni sulla diversificazione globale, così da ricalibrare i propri portafogli. Se da un lato “la maggiore frammentazione nel contesto della Guerra Fredda 2.0 significa una minore correlazione”, dall’altro bisognerà osservare i Paesi ancora non esposti al conflitto, come la Cina e l’India, che “se venissero ritenute troppo vicine alla Russia, potrebbero subire ritorsioni e diventare bersagli secondari delle sanzioni occidentali”. Con conseguenze non trascurabili sulla libera circolazione dei capitali, che potrebbe anche arrivare a non essere più garantita.



Approfondisci qui la visione di Goldman Sachs Asset management

di Giulia Bacelle

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Laureata in Economia e Gestione dei beni culturali e dello spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano. Per We Wealth scrive di finanza, arte e beni da collezione, e gestisce progetti ed eventi in questi settori

Domande frequenti su Materie prime, le osservate speciali della Guerra Fredda 2.0

In che modo il conflitto in Ucraina richiama il concetto di 'Guerra Fredda 2.0' e quali sono le implicazioni per le materie prime?

Il perpetrarsi del conflitto in Ucraina ha portato all'evocazione del parallelo con la Guerra Fredda, suggerendo l'emergere di una 'Guerra Fredda 2.0'. Questo scenario potrebbe portare a una maggiore attenzione e volatilità sui mercati delle materie prime, rendendole osservate speciali.

Quali sono le differenze previste tra una 'Guerra Fredda 2.0' e la Guerra Fredda storica, in particolare per quanto riguarda gli esiti finanziari?

A differenza della Guerra Fredda storica, una 'Guerra Fredda 2.0' potrebbe presentare esiti molto diversi, con una potenziale assenza di specifici 'risvolti' che potrebbero influenzare i mercati finanziari e gli investimenti in materie prime.

Come potrebbe la 'Guerra Fredda 2.0' influenzare la dinamica dei prezzi delle materie prime rispetto al passato?

L'attuale contesto di tensioni geopolitiche, evocativo di una 'Guerra Fredda 2.0', suggerisce che le materie prime potrebbero diventare attori centrali. Questo potrebbe tradursi in una maggiore volatilità dei prezzi e in nuove dinamiche di mercato, con potenziali impatti sugli investimenti.

Quali sono le implicazioni per gli investitori che considerano le materie prime in un'ipotetica 'Guerra Fredda 2.0'?

Gli investitori che guardano alle materie prime in un contesto di 'Guerra Fredda 2.0' dovrebbero essere consapevoli che le dinamiche potrebbero differire significativamente dal passato. L'assenza di certi 'risvolti' storici potrebbe richiedere un approccio di investimento più cauto e informato.

In che modo la situazione attuale in Ucraina sta trasformando le materie prime in 'osservate speciali' nel contesto di una potenziale 'Guerra Fredda 2.0'?

Il prolungarsi del conflitto in Ucraina e l'assenza di una chiara risoluzione hanno elevato le materie prime a 'osservate speciali'. Questo status è legato all'idea di una 'Guerra Fredda 2.0', dove le risorse primarie potrebbero giocare un ruolo cruciale nelle dinamiche geopolitiche ed economiche.

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